PONTE MORANDI – ARRIVARE AI COLPEVOLI DI UNA STRAGE CHE TRASCINA CON SE’ TANTE STORIE

DI MARINA POMANTE

 

L’allarme o per lo meno l’esortazione al consolidamento del ponte Morandi di Genova arrivò nel 2015 dal dottor Mario Bergamo di Autostrade che si rivolgeva così ai progettisti, in merito ai responsi dei monitoraggi eseguiti sul ponte.
Sono passati 4 anni invano, aspettando il consolidamento mai arrivato, alla fine, quel ponte è crollato e nel suo drammatico crollo ha trascinato con sé 43 persone.

L’inchiesta giudiziaria che ne è seguita, ha escluso l’ipotesi accidentale e il dolo, concentrandosi sul cedimento strutturale, ma anche su chi poteva e doveva decidere: dirigenti, manager, tecnici, funzionari. La Guardia di Finanza si è concentrata su una trentina di persone, la procura di Genova stringe l’attenzione su un elenco di nomi da iscrivere nel registro degli indagati, questo è quanto è stato fatto intendere dal procuratore Francesco Cozzi.
Tutti coinvolti nella gestione di buona parte del percorso autostradale italiano: il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e Società Autostrade per l’Italia.
Il rimpallo delle responsabiità vede come attori principali quindi, il Pubblico e il Privato e quest’ultimo e quello che sembra essere il più forte, quello con più mezzi e più denaro. Il ministero invece sembra essere più debole, senza risorse, più lento, fiaccato anche dal cambio politico che lo ha interessato.

Autostrade nei giorni subito dopo il disastro del viadotto Polcevera ha cominciato a difendersi a spada tratta con affermazioni più o meno verificabili, togliendosi dall’empasse dello svolgimento del proprio operato, dichiarando che in un rewind della situazione pregressa hanno cercato di ricostruire gli avvenimenti sulla base dei documenti fin’ora emersi, I retroscena del ponte con gli stralli in acciaio avvolti nel cemento e poi logorati inesorabilmente. Il ponte un simbolo della stessa Genova tanto da essere appellato come il ponte di Brooklyn.

Il primo deterioramento riconosciuto, fu registrato molto in anticipo rispetto ai tempi previsti, venne giudicato tale da pregiudicare la stabilità e la sicurezza. Si trattava proprio degli stralli del pilone 9 (quello che ha ceduto), che presentavano infrazioni trasversali, l’episodio di questa segnalazione è datato 1981, solo 14 anni dopo l’inagurazione del ponte.
L’allarme è tuttavia rimasto inascoltato fino al 2015, quando Mario Bergamo all’epoca dirigente della manutenzione del concessionario, sotto la spinta dei Benetton, affida alla Spea del gruppo Atlantia, il lavoro di ripristino.

Spea quindi procede per il progetto Stralli e il 24 giugno 2015 incaricha Massimo Giacobbi direttore tecnico e il suo collega Emanuele De Angelis. Immediatamente Autostrade affida ad una società esterna, la Ismes del gruppo Cesi, una consulenza per “l’analisi per la documentazione sul ponte”. Ismes produrrà i risultati tra gennaio e maggio 2016: “aumentare le ispezioni e implementare un monitoraggio continuo della struttura”. La Spea concluderà l’iter di rinforzo “retrofitting strutturale” ben due anni dopo alla fine di settembre 2017…

Perchè un intervento giudicato urgente nel 2014, arriva ad essere compiuto a fine settembre 2017?

Lo scorso anno l’andamento dei lavori ha visto l’avvicendarsi di altre società e sarà proprio la Spea che chiederà aiuto al politenico di Milano che consiglierà il monitoraggio continuo prima, durante e dopo l’intervento. I sensori però non verranno mai montati, perchè tutti invitano a monitorare ma nessuno pone mai l’accento sull’allarme e sulla criticità e questo esclude un intervento d’urgenza.
Gli stanziamenti preventivati per la gestione della messa in sicurezza dove e come sono stati spesi?
I rapporti dei tecnici e degli specialisti a cosa sono serviti? Queste le domande che gli inquirenti e i magistrati porranno in cima alle indagini.

Il progetto sarà deliberato dal cda di Autostrade il 12 ottobre e il 31 dello stesso mese chiederà l’approvazione al ministero.
L’approvazione firmata da Vincenzo Cinelli, arriverà l’11 giugno (il termine previsto era di 90 giorni), un ritardo di quasi 5 mesi lamentano in Autostrade. I tempi per l’approvazione mediamente sconfinano di 100 giorni, in questo caso i giorni sono stati 150. Il documento si incunea nei meandri burocratici ministeriali, come si evince dalle lettere sequestrate dagli inquirenti tra Autostrade, Provveditorato e ministero. Due decreti che vengono trasferiti agli uffici locali per le competenze dei progetti sotto i 50 milioni, ma sarà in unione con una piccola clausola imposta da Mauro Coletta del Mit, che chiederà la convergenza nel suo ufficio di tante richieste, generando inevitabilmente il caos. Il primo febbraio 2018 il provveditore ligure Roberto Ferrazza dà parere favorevole al progetto ma lamenta “scarsità di ingegneri per la competenza tecnica” e l’assenza di flussi informativi. Donferri sollecita il ministero: l’assenza di “interlocuzioni dirette con i provveditorati comporta ritardi”. Anche Cinelli ammette il “dilatamento dei tempi”. Tutte queste giuste osservazioni e i vari scaricabarile, comporteranno l’ulteriore ritardo nell’attivazione delle procedure di intervento al ponte Morandi. Una strage che si poteva evitare.

La protesta degli sfollati: “siamo stanchi”.
Antonietta Ranieri 56 anni, martedì era fra gli sfollati che si sono presentati in Regione a invocare rispetto. “Vorrei che fosse chiara una cosa, non ce l’abbiamo con le istituzioni, anche se qualcuno usa toni magari un po’ sopra le righe non è per essere aggressivi. È solo perché, mi creda, siamo tutti stanchi, provati”. Sfoga così la sua rabbia Antonietta “Era un modo per farci sentire e vedere, per mettere sul tavolo anche i nostri diritti, e riferendosi alle autorità “Loro non hanno preso bene il fatto che siamo arrivati con i cartelli, ma credo che abbiano capito quel che c’era da capire”.

L’urgenza è recuperare il più possibile i pezzi della loro vita rimasti in ostaggio all’interno di quelle abitazioni che ora sono interdette; per gli sfollati, è fondamentale rimettere piede nei propri appartamenti e recuperare quel che si può. Non sono bastati quei pochi ingressi controllati dai vigili del fuoco. Antonietta per esempio, La prima cosa che ha recuperato è stato l’atto di proprietà della casa. Ha pensato: “così potrò dimostrare che è mia”. Adesso le sembra paradossale: “ho quel pezzo di carta ma non ho più la casa”. Eppure è lì, a cento metri da lei, civico n.7 di via Porro, la strada più rossa della zona rossa. Solo per un attimo dovremmo provare tutti a girare lo sguardo dentro le nostre case e subito dopo provare a pensare di non poter più disporre di quasi nulla, quanta angoscia ci assalirebbe?

Tanta paura quel giorno, tanto dolore, l’angoscia anche per recuperare le proprie cose. Racconta della prima volta che ha rivisto il ponte dopo il crollo, era con il marito Salvatore e il figlio Alessandro. Erano saliti su con i vigili del fuoco a recuperare qualcosa e all’improvviso da sotto hanno citofonato. Gridavano da quel citofono: “via, via, il ponte sta per crollare”. Non riesce nemmeno a trovare le parole giuste per raccontare quanta paura ha avuto. “Io me lo sogno di notte, quel ponte. Mi sono sognata di guardare le auto mentre cadevano giù, e poi all’improvviso ero anch’io su una macchina che precipitava… Non faccio che chiedermi: e se fosse venuto giù proprio il pezzo sulle nostre teste? Ho avuto un dolore fisso al petto, una sofferenza fisica” Da poco è riuscita a raccontare il suo dolore alla psicologa. Per la prima volta da pochi giorni, è riuscita a sfogarsi: “ho pianto molto”.
Il racconto di Antonietta è struggente ha vissuto per 19 anni in quella casa e tutto è finito in modo così tragico, tanto da sentirsi portare giu nello sprofondo di quel ponte maledetto.

Antonietta se n’è andata da via Porro 7, ma anche il padre di 86 anni ha dovuto lasciare di corsa l’appartamento al civico 9, quello era proprio sotto il moncone del ponte Morandi. Il piano di abbattimento del viadotto dice che saranno sacrificati 150 appartamenti e sicuramente anche i loro fanno parte di quella lista, ormai è rassegnata Antonietta. “Mio padre ora è alloggiato in albergo, va a mangiare al centro civico. le ha detto: “possibile che a 90 anni devo ricominciare daccapo?” Nessuno dei due tornerà nella propria casa. Un posto sicuro deve essere proprio la casa e lì niente dà più la sensazione di sicurezza. Un anno difficile per questa famiglia il 2018: il 14 aprile è venuta a mancare la madre e il 14 agosto è venuto giù il ponte.”È diventato il mio giorno nero, il 14″.

La loro vita si è completamente trasformata. Ora vivono da sfollati Antonietta e Salvatore, una vita fatta di lavoro, lei impiegata in un ufficio postale, lui in un’azienda privata le loro ore le passano ogni giorno davanti alla zona rossa. Quasi come automi aspettano che qualcuno gli dica potete andare a prendere le vostre cose, vivono con due valigie in macchina…
Sorridendo dice “Stavolta ho deciso di preparare una lista”. Ci sono solo quei dieci minuti di tempo per impacchettare una vita intera… e il senso di disorientamento la pervade, ha preso l’impastatrice del pane e la macchinetta del caffè, oggetti legati alla sua quotidianità “perché tornavo a casa e la prima cosa che facevo era prepararmi un caffè” Adesso che vive dalla figlia sicuramente lo prepara anche a lei e dice: “I miei ragazzi sono meravigliosi ma la loro casa non è casa mia, credo che questo lo capisca chiunque”.

Video del Corriere.it della simulazione del crollo
https://video.corriere.it/…/c546b21e-b01f-11e8-943d-6f0a935…