IO TE E L’ALZHEIMER, AMORE MIO

 

 

 

 

DI CLAUDIA PEPE

 

 

Non mi riconosci più amore, mi guardi come un estraneo, come non fossi stato con te 55 anni condividendo la nostra vita. Dolori, pensieri, angosce, ma anche tante gioie: i nostri figli, i nostri nipoti, il nostro amore, i nostri viaggi sempre con i capelli baciati dal vento. I nostri Natali: tu ai fornelli che sporcavi ogni cosa toccavi e io, dietro come un cagnolino a pulire tutto. Cucinavi come se dovesse arrivare a casa l’intero quartiere, ma io ti facevo fare. Era la tua passione, insieme ai bambini. Non per niente sei ostetrica, portavi al mondo con le tue mani dolcissime e tenere piccole anime. Mi raccontavi che ogni volta che tenevi un neonato in mano lo baciavi sulla fronte, augurandogli di saper vedere le stelle sotto un cielo buio, di vedere fiori rigogliosi sotto sterpi e fogliacce, e sapere che il colore della pelle di una persona è una sola. La pelle che tu baciavi ogni volta era sempre diversa, ma l’amore che auguravi loro era sempre lo stesso. “Amatevi come io ho amato voi”, così dicevi. E tornavi felice a casa a inventarti una cena sempre diversa per me e i nostri figli. Ora la tua malattia, il morbo di Alzheimer, una malattia degenerativa ma che fa male, non solo ai malati, ma soprattutto ai congiunti, ti ha fatto ingoiare tutta la tua vita. Ti ha fatto deglutire, masticare e digerire tutta la nostra esistenza. Un giorno, non ricordavi più, facevi confusione, non riuscivi a fare le cose che amavi, cambiavi di umore come cambia la rugiada al mattino. Ti ho portato dal medico La sentenza è stata la morte, amore mio. Avevi l’Alzheimer e anche ad un grave stadio. Guardavi i tuoi figli e dicevi:” Chi sei? chiama mio figlio che gli devo fare la sua torta preferita”. Poi guardavi me e dicevi:” E lei chi è, se ne vada da casa mia altrimenti chiamo la Polizia”. Il mio dolore ha consumato tutte le mie lacrime, per cui quando ero sicuro che c’era qualcuno con te, andavo in macchina e facevo chilometri mentre piangevo, urlavo. Poi mi fermavo in un bar mi facevo un goccio e una sigaretta, e ritornavo da te. Amore mio grandissimo. Ho pensato di scrivere la nostra storia, i ricordi che ci hanno fatto intrecciare le nostre dita mentre cantavamo con una chitarra stonata, verso un sole che ci ha visto amati, amanti, innamorati, baciati dalla luce di diamante. Ti abbiamo ricoverato e ogni sera tesoro, ti leggo il mio diario, ti faccio vedere le foto che hanno illuminato i nostri attimi più teneri. Sarà l’amore che sfida le leggi della razionalità, ma mentre te li faccio vedere, sento dei sussulti, la tua mano nella mia che trema. E io amo quei tremori, amo quegli istanti, perché ho sempre la speranza che tu ti possa svegliare, abbracciarmi e dirmi:” Tesoro ora andiamo a casa, mi mancano i tuoi caffè a letto”. Ogni giorno bella ragazzotta ti stiro le camicie da notte, le magliette, le canottiere e le tue mutandine che ho sempre amato tanto. Ogni mattina arrivo e ricominciamo tutto daccapo, come fossi io questa volta a farti rinascere. Ma questo è solo amore. Mi sono innamorato di una donna, una donna solare, che con la sua forza avrebbe potuto sollevare il mondo. E ora il mondo lo sollevo io per te, amore mio. Perché un solo tuo sorriso trovano un senso nel mio dire, fare, scrivere stirare, innamorarmi di questa vita. Tu angelo mio, non morirai, non morirai senza di me. Mai stai tranquilla e adesso dormi, io torno domattina. Mentre torno a casa sono felice perché mi ripeto a memoria queste parole che devo aver letto da qualche parte:” Ho chiesto la luce e mi hanno dato il Sole. Ho chiesto l’aria e mi hanno dato il Cielo. Ho chiesto l’acqua e mi hanno dato il Mare. Ho chiesto l’angelo più bello di tutto il Paradiso e mi hanno dato Te.” Tu, amore mio.