DA PRISTINA MINACCE CONTRO IL PRESIDENTE SERBO. BRUXELLES, SALTA INCONTRO SUI CONFINI SERBOKOSOVARI

DI ALBERTO TAROZZI

Giornata fondamentale oggi a Bruxelles, per i destini dei Balcani?

Il punto interrogativo era d’obbligo. Il dato di fatto è che oggi si doveva svolgere l’incontro tra Federica Mogherini e i due presidenti di Serbia e Kosovo, Vučić e Thaçi avente come oggetto la eventuale ridefinizione delle frontiere tra i due Stati per sbloccare l’impasse creatasi nel 2008 in seguito alla proclamazione unilaterale d’indipendenza da parte di Prishtina, avvenuta in violazione alla risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza ONU. A seguire poteva derivarne un’accelerazione dei tempi per l’entrata nella Ue di Belgrado e, in tempi più lunghi, del Kosovo.

Invece nulla di fatto. L’Ansa comunica che l’incontro non avrà luogo

“Il presidente serbo Aleksandar Vucic non incontrerà oggi a Bruxelles il collega kosovaro Hashim Thaci a causa delle minacce fatte ieri nei suoi confronti dalla dirigenza di Pristina in relazione a una programmata visita di Vucic in Kosovo domani e domenica. Lo ha detto ai giornalisti il capo dell’Ufficio governativo serbo per il Kosovo Marko Djuric, che fa parte della delegazione di Belgrado ai colloqui in programma oggi a Bruxelles con la partecipazione dell’Alto rappresentante Ue Federica Mogherini. Djuric ha fatto il suo annuncio dopo l’incontro che Vucic ha avuto con la Mogherini.
Non e’ ammissibile, ha aggiunto Djuric, che il presidente serbo venga fatto oggetto di minacce o addirittura che gli venga vietato di recarsi in Kosovo”. (ANSAmed).

Voci di corridoio sussurravano invece che se la Mogherini fosse riusctae nella titanica impresa di concludere l’accordo come Commissaria Ue, a dispetto delle resistenze di un personaggio come Angela Merkel, avrebbe potuto essere proposta per il Nobel per la pace. Non proprio un auspicio a tinte rosee, per i Balcani, pensando a quanto è avvenuto in Medio Oriente dopo il conferimento del Nobel ad Obama.

Il vero problema consisteva però nel fatto che l’eventuale accordo si presentasse, oggi, al tempo stesso, tanto inevitabile quanto impossibile (l’azzeccato paradosso è di Luca Susic su Analisi difesa).

“Inevitabile” perché emergono già su tutti i fronti le richieste di sbloccare una situazione irrisolta dai tempi della guerra dei Clinton contro la Jugoslavia. “Impossibile” perché la soluzione prevista pare dare adito a problemi non necessariamente inferiori a quelli esistenti ora.

In effetti, sia pure con mille distinguo i presidenti che oggi saranno a Bruxelles presentano proposte con elementi in comune: Thaci pare disponibile a supportare una “correzione” dei confini, con la quale si fa riferimento a uno scambio fra il nord a maggioranza serbo e la Valle di Presevo (sud della Serbia) a maggioranza albanofona. Dal canto suo il presidente serbo Vucic dichiara di essere favorevole, pure se giustificandosi sulla base di una sorta di stato di necessità, ad una nuova “delimitazione” dei confini tra i due paesi, termine più morbido di “divisione del Kosovo” adottato dal ministro degli esteri Dacic e respinto da Thaci.

Ma non esistono solo i presidenti: dalla Serbia si moltiplicano le voci di molti esponenti politici dell’opposizione secondo i quali Vucic commetterebbe un reato costituzionale in quanto la delimitazione sarebbe contraria alla Costituzione, secondo cui Kosovo e Metohija sono parte integrante ed indivisibile della Serbia.

Ancora più forti e roboanti le resistenze da parte kosovara, che riguardano però non solo l’opposizione, ma lo stesso governo, di Haradinaj, schierato apertamente contro la presidenza della repubblica. Su quel fronte vengono scandite frasi apocalittiche, come quella che sostiene che solo la guerra potrebbe determinare un cambiamento dei confini. Oppure la presa di posizione del ministro degli esteri Pacolli, da noi meglio noto come ex coniuge di Anna Oxa, che pretende di affiancare oggi a Bruxelles Thaci, come fanno gli amministratori di sostegno con gli anziani giunti al limite della interdizione.

Di qui le minacce a Vucic e il fatto che l’incontro sia saltato.

Resta il fatto della volontà Usa di giungere ad una svolta che, stando all’agenzia di stampa moscovita Sputnik, non sarebbe mal vista da Mosca, quanto lo è invece da Berlino.

Ma i problemi non finiscono qui, se i falchi di entrambe le parti, soprattutto i kosovari albanesi, rifiutano la proposta perché troppo conciliante nei confronti della controparte, le colombe serbokosovare,  quelle legate alla chiesa ortodossa, lo rifiutano invece perché preoccupate dal fatto che un accordo su base etnica lascerebbe in balia di milizie kosovare sempre più violente ed aggressive il sud del Kosovo, le sue genti e i suoi monasteri.

Una preoccupazione diffusa anche a livello internazionale, quella inerente gli scenari del dopo accordo. Riguardano quello che potrebbe succedere laddove altre minoranze volessero riaggregarsi ai fratelli del paese vicino: si tratti degli albanesi macedoni con Tirana o dei serbobosniaci con Belgrado. Per non parlare delle ricadute su altre aree europee come la Crimea. E non servono a tranquillizzare gli animi le voci provenienti da Tirana di una soppressione futura dei confini tra Albania e Kosovo, né quelle sulla volontà di Prishtina di dare vita ad un proprio esercito, in cui, naturalmente, rifiuterebbe di arruolarsi la minoranza serbokosovara.

C’è dunque un gran bisogno di gettare acqua sul fuoco, ma le taniche disponibili paiono contenere residui di benzina. Per quanto ci riguarda va visto con altrettante riserve il ruolo dell’Italia nella vicenda.

Roma non viene infatti mai menzionata dai leader locali come un paese in grado di influenzare le scelte future, né un attore credibile a cui affidare degli eventuali negoziati. Roma, nota ancora Luca Susic, “ha disperso l’enorme capitale morale acquisito nei confronti dei serbi durante la Prima Guerra Mondiale (e ancora ricordato dalla gente per strada) accodandosi alle politiche pensate e condotte da Stati in competizione diretta con lei, ritrovandosi quindi ad avere un’influenza meramente economica. L’attitudine a cercare di mantenere un approccio estremamente bilanciato tra le parti, a volte quasi servile nei confronti dell’Albania di Rama, quest’ultimo addirittura invitato nelle nostre TV pubbliche, ha poi rappresentato il colpo di grazia. L’attuale governo, infine, sembra inspiegabilmente più orientato a garantirsi la simpatia del Kosovo che a garantire gli interessi nazionali, una scelta difficilmente comprensibile se si considera che Prishtina resta una zona off-limits per i non anglosassoni e la nostra presenza viene accettata solo finché si esprime nella partecipazione alla KFOR della NATO”.

Così stando le cose non ci resta che aspettare che gli eventi si sviluppino avendo come unica presenza italiana quella della Mogherini. D’altronde la situazione è comunque ad una stretta. La precedente proposta su cui pareva possibile un accordo, quella di un decentramento che avrebbe dato autonomia alle comunità serbe del Kosovo, pare ormai bruciata dai negoziatori kosovarialbanesi, preoccupati di perdere l’accesso alle fonti idriche rifornitrici di energia elettrica.

Perché come sempre, alla radice dei problemi, si scoprono sempre ragioni di carattere economico. A dispetto di aiuti internazionali che nei primi anni del dopoguerra avevano raggiunto una consistenza superiore a quelli per l’intero continente africano, l’economia del Kosovo è alla bancarotta e gli autobus diretti all’estero in direzione nord fanno il pieno. Ma nemmeno Belgrado ride e l’acquisizione di una maggiore credibilità in Occidente, ottenuto grazie all’accoglienza dei profughi lungo la rotta dei Balcani, così come mediante l’accettazione delle politiche di austerity, non ha finora fruttato moneta sonante. La Ue non è così vicina e il consenso a Vucic potrebbe presto declinare.

Ma a volte è lo stato di emergenza che costringe a mediazioni altrimenti impensabili; anche quando si tratta di questioni d’onore il poeta ci insegna che più dell’onore può il digiuno.  Al burro, da Pristina, vengono preferite la cannonate, per il momento solo quelle verbali