BURT REYNOLDS CI LASCIA. 82 ANNI E UNA, ANZI, TANTE STORIE DA RACCONTARE

DI COSTANZA OGNIBENI

Il baffo più famoso del cinema ci ha lasciato. Ottantadue anni, l’infarto, il ricovero nell’ospedale della Florida. E poi il decesso. Di problemi cardiaci ne soffriva da anni; nel 2010 si era perfino sottoposto a un intervento chirurgico. E sembra quasi strano parlare in questi termini di quello che abbiamo sempre visto al di là dei nostri schermi come una specie di “eroe immortale”: sono le luci della ribalta a conferire a questi uomini lo status di semi-dei, soprattutto quando diventano dei veri e propri “eroi cult”, e quei letti d’ospedale talvolta -ahinoi- sembrano lì, apposta per ricordarci che siamo esseri umani.
Classe 1936, l’inizio della carriera, invero, è avvenuto nei campi di football. E se non fosse stato per quelle lesioni che gli bloccarono completamente la carriera sportiva, forse oggi saremmo qui a parlare di un grande giocatore, invece che di un grande attore. Ma per la serie “non tutto il male viene per nuocere” si può dire che è proprio grazie a quell’infortunio che il giovane Burt scoprì di avere più di un talento. Era la fine degli anni 50 quando debuttò in alcune serie televisive, ma fu con l’interpretazione di Hawk, lo stoico detective di origini indiane, che si fece conoscere, merito probabilmente anche delle origini cherokee. “Hawk l’indiano” divenne una delle serie più famose degli anni 60, pur essendosi svolta in una sola stagione, nel 66, ma bastò per porre i riflettori su questo insolito trentenne.
Dal detective indiano, all’indiano d’America, dopo questo primo successo, Reynolds, sotto la direzione di Sergio Corbucci, recitò in un vero e proprio spaghetti western, “Navajo Joe”, una pellicola di cui non è mai andato particolarmente fiero, ma – come egli stesso dichiarava – quando scegli i ruoli guidato dalla voglia di divertirti più che di adoperarti in qualcosa di più impegnativo, rischi di incappare anche in questi incidenti di percorso.
Archiviata dunque l’esperienza spaghetti western, è nel 1972 che arriva il successo vero, con l’interpretazione di Lewis Madlock, uno dei quattro avventurieri che fra i monti Appalachi trascorsero il “Tranquillo weekend di paura” più famoso della storia. Il baffo ancora non c’era, ma è con questa fortunata pellicola che, all’apice della propria carriera e della propria forma fisica, si aggiudicò lo status di sex symbol.
Osannato dal pubblico, venerato dai botteghini, Burt Reynolds non fu mai, tuttavia, particolarmente amato dalla critica, e dovette aspettare altri 25 anni per ricevere una nomination: era il 1997 e con “Boogie Nights – L’altra Hollywood” di Paul Thomas Anderson ricevette la sua prima candidatura all’Oscar come miglior attore non protagonista.
E l’amore? Noto più come “tombeur de femme” che come marito fedele, fra una pellicola e l’altra, Reynolds ha trovato il tempo anche per due matrimoni: il primo in gioventù; quando era ancora un poco noto attore in erba aveva conosciuto la bella Judy Carne con cui si sposò nel 63 per poi separarsi nel 65. La seconda più di vent’anni dopo, nel 98, con Loni Anderson. Breve ma intenso anche con lei, il matrimonio durò dall’88 al 94, ma nel mentre avevano fatto in tempo ad adottare il piccolo Quinton.
Ottantadue anni, 70 film e tanto successo. Esaltato? “Sono solo un attore che è stato fortunato”. Nonostante i riflettori, non si può certo dire che la presunzione sia mai stata una sua prerogativa.