MA ZINGARETTI SA DOVE ANDARE? IL PD, LA CRISI, LA SINISTRA SENZA IDEE

DI GUIDO MELIS
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Sul “Corriere della Sera”di ieri, in un efficace editoriale, Sabino Cassese si chiedeva dove sia finita in Italia l’opposizione. Nei regimi democratici (Cassese citava Kelsen) quando una parte vince le elezioni, i perdenti si organizzano in Parlamento e nel Paese per ribattere colpo su colpo. E si preparano alla prossima tornata elettorale. In Italia l’opposizione di destra (Berlusconi) è (lo dice sempre Cassese) “a bagnomaria”, indecisa se aderire o sabotare il Governo. Quella di estrema sinistra semplicemente non esiste. Il Pd, che ancora qualcosa potrebbe contare, si perde nelle battaglie di principio. Sacrosante, per carità, ma ci vuole ben altro.
Il ben altro me lo sarei aspettato ieri sera sulla 7 nell’intervista a Nicola Zingaretti, che punta a diventare segretario Pd. Zingaretti, che ho anche conosciuto personalmente e apprezzato, mi piace: ha una bella faccia, dice parole giuste (l’unica stonata di ieri era un “acca 24” per dire 24 ore su 24…), le dice in modo convincente. Ma la sua linea alla fine è ricostituire la vecchia sinistra di una volta. “Stare di più con gli operai e di meno coi manager”. Incontrerà su questo l’adesione del vecchio popolo delle Feste dell’Unità. Forse recupererà qualche punto in percentuale alle elezioni. Ma resterà perennemente all’opposizione. Per tornare a governare, in tempi di profonda crisi e insieme di radicale trasformazione quali quelli che stiamo attraversando, ci vorrebbero infatti due cose che mancano (non solo a Zingaretti): una analisi della realtà scevra da luoghi comuni e nostalgie per il passato; e un programma di governo moderno, che valga a mettere all’angolo il “non programma” del governo attuale. Per dirla in modo un po’ impegnativo, ci vorrebbe insomma un pensiero riformatore e un piano per realizzarlo.
La sinistra – dice bene Cassese, anche riferendosi alla crisi di quella europea – dal 1942 a oggi è vissuta di rendita sul Piano Beveridge dell’immediato dopoguerra: welfare, ascesa delle classi lavoratrici, diritti, redditi più consistenti, programmazione dello sviluppo in vista di una distribuzione della ricchezza. E’ stata una linea giusta, che ha dato infatti i suoi risultati in termini di consenso. Venuta la crisi mondiale degli anni Duemila questa idea-forza è però andata in tilt. Zingaretti vuole parlare agli operai. Benissimo. Ha visto le statistiche su quanti sono oggi in Italia gli operai intesi nel senso stretto del passato? Intendo operai-operai, in tuta, che entrano in fabbrica all’alba, che fanno i turni alle macchine, che vivono di salario, che patiscono l’alienazione. Se si guardano gli studi (ahia, questa mania di leggere per informarsi…) si scopre che sono oggi infinitamente di meno di quanto non fossero ancora alla fine dello scorso secolo. La classe operaia che tutti in giovinezza abbiamo idolatrato come l’elemento progressivo della società (io mi ricordo ancora la possente sfilata dei metalmeccanici che mise uno stop nel 1969 alla strategia della tensione di marca fascista) è ormai un ricordo. Nel mondo del lavoro abbondano figure ibride. Per non dire delle marcate differenze generazionali: gli anziani garantiti, i giovani precari. Di più: è tramontato il mondo operaio, il quartiere operaio, la comunità operaia fuori della fabbrica. Cioè quella cultura nobilissima che distingueva un lavoratore di fabbrica dagli altri lavoratori e gli conferiva l’orgoglio di essere un elemento produttivo della società.
Una quota consistente del lavoro è precaria. Sta diventando fisiologico. Io lavoro nel campo della formazione dei quadri culturali (università per archivisti e figure affini): ebbene gran parte dei miei migliori ex-allievi ha la partita Iva, si è costituita in società e lavora a part-time per le istituzioni o, indifferentemente, per le fondazioni private. Molti continuano a studiare per tentare altri concorsi e passi in avanti. Difficile trovare tra loro elementi comuni: ognuno ha una strada, buona o cattiva che sia, e sfanga tutta la giornata per percorrerla. E’ un mondo nuovo che conosciamo poco, ben diverso da quello tradizionale dei concorsi pubblici e del posto fisso.
Eppure parliamo tanto di giovani. Chi si occupa, oggi nella politica italiana, dei ragazzi all’estero (la cosiddetta fuga dei cervelli) che costituiscono spesso un’eccellenza? Chi lavora per farli rientrare? Chi sa quante sono le start-up italiane, cioè quanti giovani si sono letteralmente inventati il loro lavoro? Chi fa una politica per aiutarli?
Una sinistra seria lo saprebbe fare. Avrebbe un progetto globale. Cominciando dalla scuola. Leggo (ultimo “Espresso”) che c’è una fuga dalla scuola. Siamo in Europa il Paese con meno laureati. Pessimo: perché nella società della tecnologia chi non ha una cultura adatta va a fondo. Persino il lavoro manuale tradizionale, con l’imminente avvento della robotica, cambierà profondamente. Meno sudore e fatica, più cervello e capacità di guidare le macchine. Dunque più istruzione. Ci vorrebbe un grande Piano per la scuola, con un ripensamento profondo di contenuti e metodi di insegnamento.
Così per il lavoro. L’informatica prelude a una società dove il lavoro potrebbe – chissà – anche essere decentrato. Può darsi che la grande fabbrica di stampo fordista abbia fatto il suo tempo. Ma se così fosse va ripensata tutta l’organizzazione del lavoro, e quella del tempo libero, e l’urbanistica (perché la città moderna è nata intorno alla fabbrica), e l’organizzazione della vita familiare.
Già, la famiglia. Ci sposiamo a 40 anni. Facciamo sempre meno figli. Il che apre la porta a un grande buco nero: se caliamo sotto certi standard demografici sarà inevitabile ricorrere all’immigrazione (altro che contrastarla). Ci pagheranno loro le pensioni, in futuro. Ho seguito per qualche anno il percorso dell’immigrazione romena in Italia. Negli ultimi anni 90 e sino al 2010 circa dire romeno equivaleva a dire criminale e stupratore. Oggi leggo che i matrimoni misti romeno-italiani sono una realtà, che i romeni di seconda generazione trovano lavoro e non solo come badanti e muratori, che nelle università le ragazze e i ragazzi romeni si fanno onore. Una componente numerosa dell’immigrazione, cattolica (sia pure spesso di rito ortodosso), europea, con alta quota di cittadinanza italiana. Come pensare di tenerli in stato di minorità politica e sociale?
Ci sono molte materie, insomma, sulle quali riflettere. Ne ho toccato qui solo alcune: avrei potuto parlare di molte altre. Volevo solo dare qualche esempio. O ci si mette a riflettere e a progettare il futuro, o siamo out, perché il populismo parla alla pancia della gente; noi dobbiamo riprendere a parlare alla testa. Caro Zingaretti, che vuol dire più operai meno manager? I manager, se preparati e bravi, servono quanto gli operai. L’impresa moderna serve. Bisogna lavorare di più nei settori della ricerca che conteranno nei prossimi anni. Sviluppare centri di ricerca di livello mondiale. Ai tempi del miracolo economico (che ora viene descritto come il Paese di Bengodi) si faceva anche questo. Lo faceva l’impresa privata, come – in modi diversi – la Fiat o l’Olivetti; e lo faceva lo Stato. Anche lo Stato deve fare la sua parte. Non nazionalizzando, che è una stupidaggine, ma investendo, regolando, dettando norme efficaci, sviluppando i servizi, creando intorno all’iniziativa privata un Paese moderno.
E infine c’è il merito. Cianciamo tanto di merito. Ma interi settori corporativi della società lo respingono o lo praticano falsamente. Merito vuol dire valutazione. Valutazione vuol dire che non siamo tutti eguali: chi vale di più, chi di meno. E queste differenze si debbono tradurre in stipendi e salari più o meno alti. Se la sente Zingaretti di fare questo discorso al suo popolo? A un mondo di anziani che è cresciuto nella società del benessere nella quale a tutti si dava eguale senza valutazione in nome di ideali egualitari del passato?
Non sarà facile per la sinistra uscire dal tunnel. Perché – ha ancora una volta ragione Cassese – non è solo un tunnel italiano, ma riguarda tutte le sinistre europee. Il mondo è cambiato, profondamente. La destra ha trovato dappertutto la ricetta: il populismo nazionalista, l’idea della chiusura, la predicazione dell’egoismo. Non la porterà lontano, ma intanto le dà consenso. Corrisponde alla paura di chi ha avuto tanto e sta perdendo terreno. Ma la sinistra, quale ricetta propone? Ecco un bel tema sul quale lavorare, nel Pd e altrove. Ma per farlo bisogna almeno avere la consapevolezza che guida ogni ricercatore del nuovo: quella di non sapere.
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