PARMA: FEDERICO PESCI NON SIA PIU’ LA REGOLA

DI LUCA BILLI

Fino a qualche giorno fa non sapevo chi fosse Federico Pesci. Adesso ho imparato a conoscerlo. So che è uno che ha un paio d’anni meno di me, anche se si atteggia a fare il giovane. Non è certo l’unico, anzi è un problema di questa società, fatta di vecchi che si fingono ragazzi, in cui invecchiare è una cosa guardata con sospetto. Li conoscete anche voi, sono quelli che se ne vanno in giro esibendo le loro “fidanzate” di trenta o quaranta anni più giovani di loro, che fanno sport improbabili per tenersi in forma, che si “rifanno” tutto il rifattibile e che alimentano un settore molto specializzato dell’industria farmaceutica.
Questo Pesci poi è uno che ha fatto un po’ di soldi vendendo vestiti, un bottegaio arricchito, e che si comporta come fosse molto ricco; anche questo è un vizio piuttosto comune, perché essere povero – o poco ricco – è una cosa volgare, una cosa che non si fa. Anche di questi ne conosciamo fin troppi: sono quelli che vivono al di sopra dei loro mezzi, che si indebitano pur di fare una vacanza “giusta” o di avere sempre l’ultimo modello di telefonino.
Pesci è uno di Parma, mi dicono conosciuto in città, ma d’altra parte Parma – nonostante quello che credono i parmigiani – è provincia e in provincia si conoscono un po’ tutti. Ne ho conosciuti anch’io di quelli come Pesci – anche Bologna è molto provincia – sono quelli che a un tratto li vedi che sono invecchiati malissimo, che si sono persi, che magari continuano a fare gli spacconi al bar del quartiere, pur avendo le pezze al culo. Di uno come Federico Pesci non meriterebbe parlare se non avesse violentato una ragazza in una di queste notti di fine estate, insieme al suo pusher nigeriano. Suppongo che Pesci sia uno di quelli che “via i negri”, a meno che non siano quelli che gli vendono la coca. E pensate ai commenti dei “bravi” parmigiani se l’aggressore fosse stato un “negro” e non uno di loro.
Uno dei problemi di queste brutte storie è che inevitabilmente finiscono per parlare solo i colpevoli, e mai le vittime. Anzi finiscono per diventare processi alle vittime. Gli imputati – e i loro avvocati – hanno l’opportunità di raccontarci ogni giorno le loro storie, comprese ovviamente le loro bugie. E noi finiamo per crederci. O peggio, smettiamo di ascoltare quel continuo cicaleccio. E così dimentichiamo anche le storie delle vittime.
Questa vicenda di Parma non fa eccezione. Secondo il racconto di Pesci la ragazza era consenziente, perché era una che lo faceva per soldi, perché aveva accettato di passare la notte con lui in cambio di settanta euro, perché aveva acconsentito anche a quei “giochetti”, pare ispirati da un fortunato libro, che suppongo Pesci non abbia letto; non è avvezzo a questa pratica desueta, è uno che preferisce aspettare che esca il film. Naturalmente nessuna di queste cose può giustificare il fatto che una ragazza sia costretta ad andare in ospedale con lesioni così gravi in tante parti del corpo. La difesa calca continuamente su questo punto: “ma è stata pagata!”.
In questi giorni abbiamo dovuto ascoltare parole davvero preoccupanti, perché qualcuno – temo perfino in buona fede – per difendere la ragazza, ha spiegato che la tesi di Pesci non regge, perché per settanta euro non puoi accettare di fare certe cose. Per mille euro sì? O per duemila? Su questo punto occorre essere netti: non esiste una tariffa che ti permette di fare male a una donna. E allo stesso modo non puoi pensare che sia possibile fare a una prostituta quello che non faresti mai alla tua fidanzata; peraltro Pesci è anche fidanzato, ma anche tradire la propria partner non è certo una colpa, anzi è un merito per quelli come lui.
Ha colpito molti l’atteggiamento che Pesci ha avuto quando i carabinieri sono andati ad arrestarlo. E’ rimasto stupito, non riusciva a crederci, pare abbia detto “ma io sono regolare”. Non so cosa esattamente significhi per lui questo aggettivo. La regola è propriamente l’asse di legno che serve a tirare le linee dritte e da qui è arrivato il significato figurato che tutti conosciamo. Quando ha detto “io sono regolare”, non credo pensasse a una tecnica di difesa. Temo invece che Pesci non si renda proprio conto di quello che ha fatto e questo è in qualche modo ancora più grave. Perché Pesci è davvero “regolare”. E’ uno che crede di farla franca perché è ricco, perché è famoso, nel suo piccolo; e probabilmente fino a ora gli è andata bene, proprio perché qualcuno ha chiuso un occhio, perché qualche ragazza si è accontenta di un po’ di soldi, perché lui era quello che era. Pesci è la regola? Per molti versi sì, purtroppo: Federico Pesci è quello che tanti sono e che tanti vorrebbero essere. Pesci è uno che si atteggia a essere un Briatore di provincia, un Vacchi alla parmigiana, uno di questi che occupano costantemente le cronache, uno da imitare.
Al di là di come andrà la vicenda giudiziaria – e in casi come questi la giustizia spesso non funziona – credo dovremmo essere preoccupati del fatto che le nostre figlie ogni giorno possano incontrare uno come Federico Pesci, possano perfino innamorarsene, che crescano in una società fatta di tanti Federico Pesci, magari meno sfrontati, meno incauti, magari meno stupidi, ma non per questo meno pericolosi. Dovremmo cominciare a lavorare affinché uno così non sia più la regola.