CHIUDERE L’ILVA SI PUÒ E SI DEVE

DI RAFFAELE VESCERA

L’Ilva di Taranto è una fabbrica obsoleta, secondo gli esperti la sessantenne struttura non si può mettere in sicurezza: costerebbe meno farne una nuova. Eppure il recente accordo del governo con Arcelor ne garantisce la continuità produttiva, con bonifiche di là da venire, quando resta un sola cosa da fare, chiudere il mostro che infiniti lutti adduce ai tarantini. C’è chi si chiede che fine farebbero gli operai in caso di chiusura dell’Ilva di Taranto, bene facciamo i conti della serva: 10.000 dipendenti a una media virtuale di 2.000 euro al mese lordi, costano 20 milioni di euro al mese, 240 milioni in un anno, 250 con le 13^, in dieci anni costerebbero 2,5 miliardi di euro, ma la spesa si ridurrebbe man mano per via dei graduali pensionamenti, in 20 anni sarebbero 5 miliardi di euro.

Pensate che la sola spesa per fare l’inutile Mose di Venezia che non entrerà mai in funzione, è di 6 miliardi di euro, di cui ben 4 volati in tangenti venete. Per l’altrettanto inutile Tav in Val di Susa la spesa è di 12 miliardi di euro, anche qui in gran parte tangenti lombardovenete, mentre le spese per l’inquinamento dell’Ilva, tra cure oncologiche e respiratorie di migliaia di tarantini, danni al turismo, all’ambiente marino, agricolo e immobiliare, sono incalcolabili.

Nel frattempo che farebbero i dipendenti? Tra bonifica del sito, sua riconversione, per dirne una, in un parco tipo Gardaland che potrebbe creare migliaia di posti di lavoro, e occupati in mille altre possibili attività, quali il turismo in una città ricca di antiche bellezze e di un mare da favola, salverebbero la vita a se stessi e ai cittadini. Di più, gli stessi dipendenti potrebbero essere impiegati per bonificare le innumerevoli aree tossiche ex industriali e non di cui è cosparsa l’Italia. A partire dall’Enichem di Manfredonia, chiusa da decenni e mai bonificata, per finire alle tante cattedrali della morte chiuse da tempo o ancora attive. Una spesa di 5 miliardi di Euro per lo Stato italiano da spendere a rate mensili sarebbe un ottimo investimento per garantire una deindustrializzazione felice che crei nuove grandi opportunità di lavoro in territori di grande bellezza e poca fortuna. L’esempio dell’acciaieria della Ruhr in Germania, e altre in Europa dimostrano che si può fare.

Ma al Partito Unico del Nord, comprendente Fi, Pd e lega, cui si è iscritto lo stesso M5s, è un’idea che non piace, l’acciaio nazionale e i favori alle multinazionali valgono più della vita di qualche migliaio di “terroni”. La stessa Lega Nord, scommettendo sulla morte, ha investito in obbligazioni societarie della Arcelor Mittal, la compagnia che ha rilevata l’Ilva.

Genova e Mestre bonificate, al contrario di Bagnoli a Napoli chiusa e abbandonata, stessa sorte per Priolo e Crotone, Taranto resta quale monumento ai meridionali caduti, passati e futuri.