CUARÓN, IL LEONE D’ORO ANNUNCIATO. MA “ROMA” È UN GRAN FILM VINCONO NETFLIX E LA LINGUA INGLESE. L’ITALIA A MANI VUOTE

DI MICHELE ANSELMI

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor (15)
Era dato per favorito sin dall’inizio, anzi quasi invocato a gran voce, e i pronostici sono stati rispettati. “Roma”, del messicano Alfonso Cuarón, è il Leone d’oro della 75ª Mostra del cinema. Un film bello, potente, in bianco e nero, in buona misura autobiografico, ambientato negli anni Settanta, un sentito omaggio alle donne, prodotto da Netflix.
Adesso si dirà che il presidente della giuria Guillermo Del Toro ha avuto gioco facile nel favorire l’amico e connazionale Cuarón, e tuttavia sarà meglio mettere da parte ogni malizia e non parlare di “aiutino”, anche perché hanno votato in nove. Giova ricordare, peraltro, che l’Italia ha sempre vinto il massimo premio veneziano solo in presenza di un presidente di giuria italiano, senza eccezione alcuna; e non per questo s’è gridato allo scandalo dagli anni Cinquanta in poi.
Se il Leone d’oro a Cuarón pare indiscutibile, nel senso che conferma il talento di un regista capace di muoversi tra il grande spettacolo hollywoodiano, vedi “Gravity”, e un’idea più personale, legata alle proprie radici culturali, di cinema d’autore, vedi “Roma”, resta qualche perplessità in merito al resto del verdetto finale.
Trionfano infatti solo film parlati in inglese, e non pare un caso. La giuria diretta da Del Toro (in quota Italia c’era Paolo Genovese) sembra essersi orientata senza tentennamenti verso un gusto squisitamente internazionale, con un eccesso di riconoscimenti doppi, pleonastici.
Due premi, il Mastroianni e il Premio speciale della giuria, sono andati a “The Nightingale”, nelle persone dell’attore anglo-aborigeno Baykali Ganambarr e della regista australiana Jennifer Kent, l’unica in concorso e anche l’unica ad essere stata insultata dal commento volgare (“Vattene puttana, fai schifo”) di un giovane cinefilo cretino asceso al disonore della cronaca.
Raddoppia anche “The Favourite”, commedia acre di ambientazione settecentesca, ramo intrighi e amori di corte: Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile all’inglese Olivia Colman, davvero brava nel ruolo della debole e ulcerata regina Anna; Gran premio speciale della giuria, con un’enfasi particolare da parte di Del Toro che ha ripetuto “gran” quattro volte, al greco Yorgos Lanthimos, ormai di casa a Hollywood.
Niente da dire sulla Coppa Volpi all’americano Willem Dafoe per come restituisce Vincent Van Gogh, con immersione totale nel personaggio e forte immedesimazione fisica, nel discreto film “At Eternity’s Gate” di Julian Schnabel, statunitense pure lui. Parla naturalmente inglese, essendo un western antologico, “The Ballad of Buster Scruggs”, di nuovo targato Netflix e premiato per la migliore sceneggiatura: come si fa a dire di no ai fratelli Coen?
E un western, benché girato in Spagna e Romania ma con attori americani, è “The Sisters Brothers”, anche se l’ha diretto il francese Jacques Audiard, destinatario del Leone d’argento per la migliore regia. Simpaticone come al solito, Audiard, che vive a Parigi e non dall’altra parte dell’Atlantico, s’è guardato bene dal materializzarsi al Lido per ricevere il premio, preferendo spedire un video-messaggio.
Dispiace, almeno a me, che “Opera senza autore” del tedesco Florian Henckel von Donnersmarck, un film denso e coinvolgente purtroppo derubricato da molti critici a “polpettone” o “fumettone”, non sia stato neppure preso in considerazione nel palmarès; mentre non sorprende, alla luce dell’orientamento generale espresso dalla giuria, l’evidente disinteresse nei confronti dei tre titoli italiani in gara (peccato per “Capri-Revolution” di Martone, il più interessante del terzetto). Però, vi prego, non facciamo le vittime, capita ai festival.
Una cosa è certa, alla fine della giostra: Netflix, presente in forze a Venezia, esce trionfalmente dalla Mostra, alla faccia del festival di Cannes che insensatamente boicotta.