FACCIAMO IL PUNTO SUL SAHEL

DI GUIDO OLIMPIO

Se avete un po’ di tempo, un punto su Sahel.
Nel Sahel ognuno gioca le proprie carte. I governi locali promettono azioni per combattere il terrorismo e rallentare l’ondata migratoria, in cambio ottengono fondi. Che gestiscono secondo le loro esigenze e i momenti. In sostanza ripetono quello che ha fatto per anni Muhammar Gheddafi nella doppia veste di amico interessato e ricattatore. Poi ci sono gli attori esterni, con le rispettive priorità. Due notizie aiutano a capire le strategie, spesso avvolte dal vento sabbioso del deserto.
Il New York Times ha rivelato che la Cia ha creato un nuovo avamposto a Dirkou, nel nord del Niger. Da qui si levano in volo droni armati Reaper incaricati di colpire i militanti in Libia. Già in un’occasione – nonostante le smentite ufficiali – hanno condotto uno strike in luglio a Ubari, nel sud ovest. L’installazione, i cui lavori di ampliamento sono iniziati in gennaio, rientra in un programma della Casa Bianca che prevede un maggior impegno dei velivoli senza pilota e, nel contempo, una riduzione delle forze speciali. Prosecuzione della guerra leggera varata da Obama e confermata, nella sostanza, da Trump. Con una differenza: buona parte delle operazioni dovranno ricadere sulle spalle dell’intelligence, grazie alla sua “componente aerea”.
I droni sotto la gestione Cia si muoveranno in parallelo a quelli dell’Us Air Force schierati da tempo, sempre in Niger, ad Agadez. Il loro compito è di dare la caccia ai jihadisti e garantire maggiore sicurezza ad uno stato esposto a mille traffici. Dirkou ha il vantaggio di essere molto più vicino al quadrante libico delle altre installazioni fin qui usate, compresa quella di Sigonella, da dove decollano Reaper e ricognitori. Per molto tempo, anche sotto l’amministrazione democratica, Washington ha cercato una nuova pista dal quale sferrare le incursioni, una località che permettesse interventi rapidi. Esigenza emersa dopo il disastro di Bengasi, con l’uccisione dell’ambasciatore Chris Stevens, e l’imboscata costata la vita a quattro soldati Usa in Niger. I soccorsi sono arrivati tardi in quanto l’aviazione era troppo lontana, gap temporale aggravato da errori di giudizio.
Per oltre un anno si è ipotizzato la presenza di un sito “segreto” statunitense in Tunisia e perfino in Algeria. Ma i governi dell’area si sono mostrati prudenti o contrari nonostante il pericolo dell’estremismo, permettendo interventi meno “visibili”. I tunisini, ad esempio, hanno aperto lo spazio agli aerei spia statunitensi, fondamentali nei rastrellamenti anti-terrore. Il Pentagono ha dovuto per forzare sfruttare Sigonella inventandosi, dopo qualche polemica politica italiana, che i droni che lanciavano i missili in Libia lo facevano solo in chiave difensiva, quando gli elementi a terra erano a rischio. Una foglia di fico. Gli Stati Uniti, infatti, hanno inseguito guerriglieri islamisti con l’arma aerea per tutto il 2017 (12 attacchi) e nel 2018 (ad oggi 5), compresa l’eliminazione di un altro esponente Isis a Bani Walid a fine agosto.
In questo contesto la disponibilità del Niger, che riceve finanziamenti consistenti dall’Europa e l’assistenza americana, potrebbe risolvere parte dei problemi. Le autorità di Niamey avrebbero accresciuto la pressione per rallentare il passaggio di disperati diretti verso la Libia e, contestualmente, è aumentato il numero di coloro che vengono riportati indietro. E’ un contesto fluido, dove le rotte dei clandestini cambiano rapidamente, si adattano a quanto avviene a Tripoli e nel Mediterraneo meridionale. Mutamenti decisi dai “mercanti” di uomini, spesso collusi con poteri locali e militari. A questo riguardo va sottolineato come Dirkou sia vicino ad uno dei “corridoi” aperti dai trafficanti a partire dal 2016.

La seconda notizia riguarda i “cugini”. Parigi ha annunciato che il comando del G5, i cinque paesi del Sahel coinvolti in un’azione – in teoria – comune, verrà spostato da Djamena a Wour. Siamo ancora in Ciad, però molto più a nord. C’è stata una prima ricognizione di ufficiali francesi in vista della costruzione di un grande accampamento, pista aerea preparata e un edificio che sarà realizzato con i soldi dell’UE. Anche Wour si trova in mezzo al nulla, ma ha una posizione chiave: è su uno degli assi battuti dagli immigrati, quasi in parallelo con il fortino di Madama in Niger, dove sono presenti truppe della Francia e un battaglione locale. Una postazione riaperta proprio perché vicina al Passo di Salvador, snodo logistico delle “carovaniere” percorse da camion e pick up, a volte stracarichi di cose e di persone. Il nome di Madama è rimbalzato anche in Italia quando si è ipotizzato lo schieramento di un nostro contingente in territorio nigerino, piano bloccato anche per l’opposizione dell’Eliseo, proiettato nella sua partita libica dove grandi scenari si intrecciano – ma dimenticarlo – con dinamiche/interessi strettamente locali.