I CAMBIAMENTI TECNOLOGICI NON AIUTANO LA QUALITA’ DELL’INFORMAZIONE

DI MARCO GIACOSA

Nel 1996 il Corriere della sera vendeva 647mila copie al giorno, la Repubblica 575mila.
Nel luglio 2018 il Corriere ha venduto 211.664 copie al giorno, la Repubblica 170.691.
Il progresso tecnologico ha distrutto il mondo dei giornali, è cambiato il business, sono cambiate le remunerazioni dei giornalisti – oggi la maggior parte di chi firma lo fa a titolo di hobby con rimborso spese (o di investimento chiamato speranza di assunzione: chiaro che sia una possibilità per abbienti), è peggiorata la qualità dei prodotti, a sacche di malafede sì è aggiunta l’incompetenza, in tempi in cui peraltro nessuno sa distinguere tra una notizia vera e una fake-news inventata da ballisti di professione al soldo della politica.
Posso sbagliare, ma nessuno è sceso in piazza. Nessuno dei lettori, dei clienti dei giornali, degli utenti, nessun cartello in difesa del diritto e del piacere di essere informati BENE. Neppure ha protestato nessuno degli aspiranti giornalisti, che hanno anzi accettato di lavorare gratis (quindi che il lavoro divenisse volontariato). Si sono lamentati invece i giornalisti contrattualizzati invitati al prepensionamento, che hanno preso una buonauscita spesso ottima senza perdere la collaborazione (cioè: non hanno liberato il posto, continuano a essere pagati per scrivere, ma all’azienda costano meno).
Mi pare che il lettore, cioè il cliente, sia felice di leggere gratis dell’incidente stradale su TorinoInformazione.com o il commento politico di BloggarePiemonte.it, e non a pagamento sulla Stampa o sul Corriere: se non felice, concessione retorica, senz’altro indifferente.
Necessito, e mi scuso, di qualche riga personale. Questo ha modificato la mia vita. Ha colpito i MIEI interessi, gli interessi di chi ha speso la vita e tempo e soldi per assecondare, accudire e coccolare un talento. Quindi, legittimamente, mi girano i coglioni da tempo, da sempre, per “come sta andando il mondo”.
Però, come dire, lo accetto.
Non ho mai chiesto un Decreto Legge che mantenga il numero dei giornalisti del 1996, alle medesime condizioni contrattuali del 1996, per…perché si stava meglio nel 1996, eravamo più felici e fischiettavamo in bicicletta nei prati, e la mia vita sarebbe stata e sarebbe migliore.
La modernizzazione sembra andar bene quando ne posso usufruire da cliente, se pago di meno per un servizio migliore; e sembra non andare quando tocca il mio interesse di “produttore”, se cambiano le condizioni a cui produco, fino ad arrivare a dover cambiare mestiere e produrre qualcos’altro. È ovvio. Per questo ci si organizza e ci si struttura, si creano organismi che hanno il compito e il fine di tutelare gli interessi di categoria. Alla fine è questione di potere, se ce l’hai lo eserciti, se non ce l’hai lo subisci, chi ce l’ha cerca di non perderlo, chi non ce l’ha di guadagnarlo. Alcune categorie sono eccezionali nel difendere i propri interessi, ad esempio i taxisti, altre meno, i giornalisti o agli aspiranti tali neppure si sono mai intesi, come categoria.
Però viviamo in collettività e io mal digerisco, proprio non sopporto quelli che non alzano lo sguardo e continuano a difendere il singolo proprio particolare interesse senza cedere qualcosa di sé al prossimo. Donare una parte di sé agli altri è il fondamento per la vita in comune, in società. Parlo di soldi?
No.
La parte di sé che potrebbe essere donata agli altri, in questo mio discorso, è l’accettazione. Chiedo all’umano mio compagno di provare ad accettare le cose che scorrono, come accadono. Tanto, il controllo è quasi nullo. Non è anche una preghiera? «Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso, e la saggezza per conoscere la differenza». È chiamata la preghiera della serenità.
Mi pare ci si scorni – con sofferenza, irritazione, rancore e rabbia – su questioni che sono completamente fuori dal personale controllo.
Non puoi ad esempio pretendere di pensare – anche soltanto di pensare – di rimpatriare gli africani, quando 23 dei 25 Paesi mondiali con boom demografico in corso sono dell’Africa subsahariana – e l’Italia è al centro del Mediterraneo.
O la sposti, oppure accetti.
Accetti che non c’è un’emergenza immigrazione, ma è una questione strutturale che occuperà almeno il prossimo trentennio, da gestire con senso di responsabilità e giudizio. Chiudere i porti è l’atto infantile con cui si lasciano morire le persone: null’altro.
Nel mio quartiere ci sono decine di saracinesche abbassate: negozi che non saranno mai più. Nei supermercati ci sono le cassette Amazon. Nei centri commerciali e nelle stazioni i totem elettronici Iliad: se ti danno 50 gb per 7,99 euro nemmeno lo prendi più il router a casa, se hai lo smartphone e lo usi come modem per il pc. Altri cambiamenti.
Compro per quanto posso al negozio: ma sono cliente Amazon Prime e so benissimo che acquistando al negozio soddisfo un’esigenza di tipo diverso, pago 3/5 euro in più che sono la tassa perché quel negozio ci sia, perché il titolare è gentile, perché mi piace che in quei metri ci sia la luce, che ci sia la vetrina e non la saracinesca in ferro pur dipinta dai writer; so altrettanto bene che quando il negoziante andrà in pensione difficilmente verrà sostituito dal figlio (perché un ferramenta dovrebbe tenere a magazzino un decespugliatore che si trova su Amazon a 35 euro in meno?).
Accettare che certe cose non si possono modificare non significa smettere di lottare per i propri diritti: tutt’altro, significa organizzare meglio le energie. Accettare significa fare lo sforzo di guardare al futuro anziché al passato, smetterla con lo specchietto retrovisore e puntare all’orizzonte. È un atto privato e singolare, che attiene al collettivo, al pubblico e al politico. È uno sforzo di intelligenza, una parte di noi che possiamo cedere al prossimo, che anzi dovremmo.