L’ALTRA DESTRA NON ERA MIGLIORE

DI ALESSANDRO GILIOLI

L’omaggio postumo per l’avversario politico è un bel gesto di civiltà e di “fair play”: in democrazia e in pace – al contrario di quanto avviene in dittatura e in guerra – si sa distinguere tra l’effimero agone dei vivi e l’eternità universale della morte.

Ecco: è stato di certo questo nobile principio a dilatare oltre misura le lodi che la sinistra italiana (e non solo) ha tributato al senatore Usa John McCain: già esponente della destra ultraliberista reaganiana, sostenitore della sporca guerra dei contras in Nicaragua (e più tardi di quella in Iraq) e contrario all’istituzione del Martin Luther King day.

Nel 1985, tra le altre cose, McCain spalancò segretamente le braccia al massacratore cileno Augusto Pinochet e nel 2008 scelse come sua vice per la Casa Bianca l’estremista del Tea Party Sarah Palin, sdoganando per la prima volta il trumpismo (ante litteram) nella destra conservatrice americana.

Di sicuro dunque i molti elogi politici della sinistra a McCain sono stati solo un garbato eccesso di commossa vicinanza umana, perché le rimanenti ipotesi sarebbero solo due: o non si sanno più distinguere i valori storici della sinistra da quelli della destra; oppure la destra attuale – così populista e sguaiata – ci pare tanto spaventosa da farci ingannevolmente rimpiangere quella (non meno aggressiva) degli anni ’70 e ’80: quella dei golpe in Sudamerica, dei Chicago Boys, del pensiero unico liberista perché “è finita la storia”.

Forse, con un’identità politica e ideale più solida, un giorno impareremo anche a distinguere tra il dovuto fair play con l’avversario e la consapevolezza che comunque di avversario politico si tratta.