IN NOME DEL PADRE … PADRONE

DI ALESSANDRO GILIOLI

Si può criticare il senatore leghista Simone Pillon per le sue note posizioni ideologiche: vorrebbe abolire le unioni civili (manco a parlare dei matrimoni gay), vorrebbe il matrimonio indissolubile, vorrebbe «convincere ogni donna a non abortire», si definisce «papista».

Ci dice tutte queste cose – non sorprendenti, lo conoscevamo già – in un’intervista alla Stampa di oggi che però è prevalentemente su un altro tema, assai più pratico e immediato: la sua riforma della legge sul divorzio, che prevede l’abolizione del domicilio prevalente per i figli e l’abolizione dell’assegno per loro, quello che viene quasi sempre versato al coniuge con cui i figli vivono più spesso..

Essendoci purtroppo passato, mi spiego per chi invece no: oggi quando si divorzia viene stabilito quasi sempre l’affido condiviso, quindi con pari potestà e potere decisionale sui figli di entrambi i genitori. Però di solito il giudice decide anche un domicilio prevalente, insomma un luogo in cui il bambino abita nella maggior parte del suo tempo (la sua stanza, le sue cose, le sue abitudini) fermo restando il diritto del bambino – stabilito quantitativamente dal giudice, se non c’è un accordo nella ex coppia – a frequentare in modo continuativo e stabile anche l’altro genitore.

Adesso invece Pillon vorrebbe che i bambini alternassero in modo paritetico due case, quelle del papà e della mamma. Ma, soprattutto, dato che il bambino frequenterà in modo uguale due case, ha deciso che il coniuge che economicamente sta meglio non deve più passare un euro a quello che guadagna di meno per il mantenimento del figlio.

In teoria sembra tutto molto bello: perfetta reciprocità tra i genitori, uguaglianza assoluta.

Peccato che la realtà sia diversa.

E la realtà è che – primo – il principio ispiratore di tutta la giurisprudenza italiana sui minori (dai divorzi alle adozioni) considera giustamente prevalente l’interesse del minore stesso.

Non quello dei genitori o di uno dei due.

Tanto che i magistrati bravi non parlano del diritto di un genitore a frequentare il figlio ma del diritto dei figli a frequentare i genitori.

È chiaro? Quando io mi sono lasciato con la mia prima moglie, la assidua frequentazione di casa mia da parte del nostro bambino non era tanto frutto di un mio diritto a frequentare lui, quanto di un suo diritto a frequentare il padre, a crescere anche con l’altra figura genitoriale.

Il senatore Pillon rovescia invece l’ordine dei valori e dice chiaramente: «Non possiamo sacrificare un genitore sull’altare dell’habitat del figlio». Testuale. Per lui i diritti dei genitori prevalgono su quelli dei minori.

Che poi il genitore di cui Pillon parla è «quasi sempre il padre», come lui stesso ammette.

In sostanza, quindi, per lui il diritto dei padri prevale su quelli dei figli.

Ma a parte il principio manifesto che ispira Pillon (far prevalere l’interesse del padre su quello dei figli) quello che è inaccettabile è il vero scopo pratico, che è la seconda parte della proposta: abolire il contributo al mantenimento del figlio da parte del genitore più ricco. Eh eh, ci dice in sostanza Pillon, se il bambino passa metà tempo con ciascuno, ognuno dei due lo mantiene quando sta con sé, quindi fine dell’assegno.

Questo è, appunto, il vero intento della riforma.

Ora, non credo che Pillon ci sia passato, ma “il mantenimento” non è la colazione o la cena, non è il cibo. Il mantenimento è, intanto, l’affitto di una casa decente in cui far crescere il bambino, le bollette da pagare, il lettino e l’armadio da comprare: a questo servono, prima di ogni altra cosa, i soldi che il coniuge economicamente più forte passa a quello più debole, che di solito è proprio quello presso cui il figlio è prevalentemente domiciliato.

Ma poi chi paga i vestiti con cui mandarlo all’asilo o a scuola, le spese per il suo tempo libero, più avanti la paghetta settimanale, le Sim da ricaricare, i libri da comprargli, magari pure i videogiochi, la pizza con gli amichetti eccetera eccetera? Ok, la colazione e la cena li fa a spese del genitore con cui si trova, ma tutto il resto? Le scarpe per il pallone chi gliele compra, il genitore con cui si trova il giorno della prima partitella? La festa di compleanno la paga il genitore con cui casualmente si trova il ragazzino in quel giorno? Oppure si fa tutto a metà, in modo che ciascun ex coniuge contesti ogni acquisto fatto dall’altro, «perché gli hai preso quello zaino che non ce n’era bisogno», «ma perché dovrei pagarti la metà di quell’orribile felpa che gli hai comprato»?

Ma sa di che cosa parla questo senatore? Ha idea della conflittualità perenne che si crea in assenza di cifre certe e stabilite da una sentenza? E ha idea di quanto questa conflittualità sia catastrofica per i bambini?

Lo si è detto, lo ha ammesso anche il senatore: tutta questa proposta non è pensata nell’interesse prevalente dei bambini. Ma quello che è peggio è che è figlia – come le altre convinzioni di Pillon – di un’ideologia. Che in questo caso è quella patriarcale e pregiudizialmente filomaschile. Si vuole far prevalere l’interesse dei padri su quello dei figli e si vuole far risparmiare un bel po’ di soldi ai padri. I quali statisticamente guadagnano più delle madri, presso le quali invece viene più spesso stabilito il domicilio prevalente dei figli.

Ora, lo so bene che nei divorzi ci sono situazioni molto diverse – e tra queste ci sono anche quelle parassitarie, donne che campano per decenni con i soldi degli ex coniugi, che usano per sé (o per altri, successivi figli) i soldi ricevuti per il mantenimento del bambino avuto dal matrimonio precedente. Lo so, conosco le infinite situazioni di ingiustizia che càpitano.

Ma la proposta Pillon, anziché diminuire le ingiustizie, le moltiplicherebbe, le universalizzerebbe. A danno dei bambini e dei coniugi economicamente più deboli, cioè nella maggior parte dei casi delle donne.

Ecco: a volte essere di sinistra in termini di diritti civili non coincide con l’essere di sinistra sulle questioni sociali. Il caso Pillon ci dimostra tuttavia che essere di destra sui diritti civili equivale quasi sempre a essere di destra anche sui diritti sociali.