MANCINI E LA SOLITUDINE DEI NUMERO 10

DI DARWIN PASTORIN

Riprende il campionato dopo la parentesi della Nazionale. Sempre più azzurro tenebra: pareggio con la Polonia e sconfitta con il Portogallo. Roberto Mancini, il ct del nuovo corso, ha provato a mandare in campo quasi tutti i calciatori a disposizione, senza risultati convincenti. L’Italia del pallone è lo specchio della confusa Italia della politica. Si naviga a vista, in un campo e nell’altro, mancano (al momento) grossi e sicuri talenti. Credo, comunque, nelle potenzialità dell’ex fantasista della Samp; tocca a lui, proprio per il suo passato di numero 10, far recuperare al nostro calcio la fantasia, la tecnica, il giocatore estroso capace di uscire dallo spartito, di improvvisare, oltre lo schema, la tattica, il 4-4-2. Mancini fu un “irregolare”, capace di strepitose magie e di clamorose “assenze”. Non ha mai giocato un minuto ai Mondiali. Uno come lui, immaginate un po’. Il Mancio è stato “vittima” del proprio carattere e del proprio istinto, in grado di far infuriare persino un saggio come Enzo Bearzot.

La letteratura ci ha narrato, via via, la solitudine del portiere (Peter Handke), del centravanti (Osvaldo Soriano) e dell’ala destra (Fernando Acitelli). Oggi bisognerebbe cominciare a pensare alla solitudine dei numeri 10. Pochi giorni fa, durante un bel convegno ad Angera (sulla sponda orientale del Lago Maggiore) dedicato al Mundial del 1982, con la presenza dei colleghi Giulio Peroni e Michele Mancino, e molta gente coinvolta e attenta, presa da nostalgia, Beppe Dossena ha raccontato la sua grande, grandissima occasione mancata:

“Facevo parte del gruppo dei ventidue azzurri in Spagna. Gente tosta, che ha conquistato quella coppa con il carattere e la determinazione, contro tutto e tutti. Ero la riserva di Giancarlo Antognoni. Contro la Polonia, in semifinale, il campione viola rimedia un infortunio. Ed è, così, costretto a saltare la finale dell’11 luglio al Santiago Bernabeu di Madrid contro la Germania Occidentale. Al mattino della partita, Bearzot dice di tenermi pronto: toccava a me. Immaginate la mia emozione, il mio stato d’animo e la mia gioia. Ma nel primo pomeriggio il nostro ct cambia idea. Vuole rafforzare la difesa e decide di puntare sul giovane Beppe Bergomi. Per me: niente da fare. Penso di essere stato l’unico 10 presente, di maglia e di fatto, in una Coppa del Mondo a non aver disputato nemmeno qualche secondo di match! La numero 9 la indossava Antognoni. In ogni caso, mi ritengo anch’io uno degli eroi spagnoli. Ho partecipato a quella indimenticabile ed epica avventura, seppure come riserva”.

E vogliamo parlare del Borges della pelota, del mio Diego Armando Maradona, il dieci per antonomasia? Dieguito, nel suo girovagare, ora convinto e ora strampalato, è finito ad allenare in Messico in uno dei regni dei Narcos (nuovo spunto per un romanzo del magistrale Don Winslow?): a Sinaloa, tecnico dei Dorados, squadra di seconda divisione. El Pibe ha messo a tacere i pettegolezzi: “Ho chiuso con la droga, grazie all’amore delle mie figlie”. Intanto, sono già tutti pazzi per lui. Per il suo romantico ritorno messicano dopo i fasti e le prodezze (di mano o con un dribbling irresistibile) del 1986. Per il suo mito. Per il suo furore. Come sempre. Prima di un nuovo addio.