DAVID CROSBY: “COSTRUIRE PONTI IN UN MONDO CHE ALZA MURI. QUESTO E’ IL MIO LAVORO

DI MICHELE ANSELMI

David Crosby fa simpatia. A 77 anni, dopo aver seriamente corso il rischio di perdere la vita una o due volte, il musicista americano s’è rimesso in viaggio con la sua band di giovani “friends” (tra i quali due donne). Ieri sera ho avuto l’opportunità di ascoltarlo all’Auditorium di Roma. Pubblico per lo più sessantenne o giù di lì: e va bene, non poteva essere diversamente. Qualche fricchettone più o meno mascherato da hippy tardivo, con una fascia tra i capelli e i pantaloni scampanati, molti estimatori patentati o capaci di riconoscere ogni sua canzone, anche le nuove, sin dai primi accordi. Per me, confesso, buio totale.
Lui, con lo zucchetto in testa e le bretelle sui pantaloni larghi, soprattutto coi suoi mitici baffoni bianchi, è soave, saggio, sfodera ancora una bella voce, ogni tanto attacca il presidente Trump e si scusa con tutto il mondo (come se fosse colpa sua) per avere mandato alla Casa Bianca quell’uomo. Non posso dire di amare granché le sue canzoni, che trovo divaganti e cervellotiche, non ne afferro mai, o quasi mai, la melodia sfuggente, da nenia, e i suoi celebri coretti dopo un po’ mi stufano. Però quando nel finalissimo elettrico ha infilato, l’uno dopo l’altra, “Almost Cut My Hair” (sua) e “Ohio” (di Neil Young), ho capito perché tutti si sono alzati in piedi e sono scesi a un passo dal palco per stargli più vicino e farlo sentire come a casa o tra i suoi. Certe canzoni restano “forever young”, altre, purtroppo molto spesso, no.