DON PUGLISI, LA MAFIA UCCIDE ANCORA:”ME L’ASPETTAVO”

 

 

 

DI CLAUDIA PEPE

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Nella mia vita di donna, madre, insegnante mi sono imbattuta in tanti Don che mi hanno fatto riflettere, rivelare le mie paure, e che mi hanno insegnato a pensare. Il mio amore per Don Gallo che proteggeva i poveri, gli emarginati, gli ultimi di una società che li aveva marchiati a fuoco. Fratelli che a fatica riuscivano a rimediare una tazza di brodo caldo la sera, per poi andare sotto la loro casa fatta di cartone e coperte raccattate, sporche, intrise di miserie e ingiustizie. Non c’era volta non si ponesse in conflitto di fronte ai giovani precari, ai disoccupati al loro dolore. Il loro dolore era il suo, perché aveva capito che quel Dio a cui lui credeva era dentro le loro piaghe. Il suo pane quotidiano lo spezzava con occhi che volevano nascondersi agli occhi del mondo.
Il mio amore per Don Milani. Una luce nella mia vita.
Quel pretaccio rude e infinitamente intelligente, quello che diceva: “La scuola siede tra passato e futuro e deve averli presenti entrambi. È l’arte delicata di condurre i ragazzi sul filo del rasoio: da un lato formare il loro senso della legalità, dall’altro la volontà di leggi migliori, cioè di senso politico”. Il mio caro Don Milani un rivoluzionario in una Chiesa implacabile che lo ha ostacolato sempre. “Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto”.
E poi ho incontrato Don Puglisi, di cui oggi ricorre la nascita e la morte avvenuta 25 anni fa. Mi sono quasi vergognata di non essere stata con lui nella difesa dei bambini, ho provato vergogna di non avere il suo coraggio, la forza della denuncia senza che la paura lo toccasse mai. Forse ne aveva tanta anche lui, ma la sua onestà, il suo compito di uomo giusto lo ha portato a denunciare i boss della criminalità organizzata. Il 29 settembre 1990 venne nominato parroco a San Gaetano, nel quartiere Brancaccio di Palermo, controllato dalla criminalità organizzata attraverso i fratelli Graviano, capi-mafia legati alla famiglia del boss Leoluca Bagarella: qui iniziò la lotta antimafia di padre Giuseppe Puglisi. Egli non tentava di portare sulla giusta via coloro che erano già entrati nel vortice della mafia, ma cercava di non farvi entrare i bambini che vivono per strada e che considerano i mafiosi degli idoli, persone che si fanno rispettare. Egli infatti, attraverso attività e giochi, faceva capire loro che si può ottenere rispetto dagli altri anche senza essere criminali, semplicemente per le proprie idee e i propri valori. Si rivolgeva spesso ai mafiosi durante le sue omelie, a volte anche sul sagrato della chiesa.
Lo uccise il boss Giuseppe Graviano e, quando arrivò alle sue spalle come tutti i vigliacchi che sporcano con il loro essere una terra meravigliosa come la Sicilia, Don Puglisi, gli sorrise e disse: “Me lo aspettavo”. Nessun cedimento, nessuna tentennamento. Non è da uomini giusti avere sgomento della verità. Don Puglisi insegnava e parlava di mafia in maniera capillare, rimboccandosi le maniche nel quartiere di Brancaccio perché credeva negli adolescenti, e perché un’azione pedagogica mirata e fatta “uno ad uno”, come tutti i grandi, potesse risvegliare qualche coscienza destinata ad una morte senza una vita da poter ricordare. Oggi Papa Francesco ha celebrato la Messa in onore di Don Puglisi e ha ricordato: “Venticinque anni fa come oggi, quando morì nel giorno del suo compleanno, coronò la sua vittoria col sorriso, con quel sorriso che non fece dormire di notte il suo uccisore, il quale disse: “C’era una specie di luce in quel sorriso”. Un sorriso di fronte alla morte, un sorriso contro la mafia, in sorriso a difesa dei suoi bambini e della comunità. Ha offerto il suo corpo pur di difenderli, pur di non essere complice, pur di proteggerli e sostenerli. Oggi a Scuola si insegnano cose non così rilevanti come la storia di queste tre persone che sono la nostra storia. La scuola deve aver il coraggio di proporli nei loro programmi. Questa fa parte dell’etica che manca alla maggior parte dei nostri ragazzi, e dell’educazione alla legalità che dovrebbe essere una materia indissolubile nella formazione di un uomo. E ritornando a Don Puglisi, pensando a lui mi vengono in mente le parole di Rosa Schifani moglie dell’agente morto per proteggere il giudice Falcone quando ha parlato di perdono. Rosa disse:” Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro, ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare…Ma loro non cambiano…loro non vogliono cambiare…” La mafia uccide ancora Don Puglisi. E lui avrebbe risposto:” Me l’aspettavo”