DIECI ANNI FA IL MONDO ANDAVA VERSO IL DEFAULT A CAUSA DI LEHMAN BROTHERS

DI MARINA POMANTE

 

Il 15 settembre 2008 Il crac di Lehman Brothers è l’accadimento che segna l’avvio della Grande Crisi. E’ passato un decennio da quel momento, alle 5 del mattino, la quarta maggiore banca d’investimento degli Stati Uniti, chiede l’ammissione al Chapter 11 del codice fallimentare Usa dichiarando il default. “L’effetto Lehman” ha travolto gli Stati Uniti e innescato una recessione economica mondiale.
Il Dow Jones diede immediatamente la misura dello choc finanziario e ci fu il fulmineo crollo delle Borse. Il Dow Jones è (l’indice principale della Borsa di New York) in quel momento perse oltre 504 punti e fu il crollo più alto dopo il 17 settembre 2001, giorno di apertura delle Borse dopo l’attentato alle Torri Gemelle. In una sola seduta i listini del Vecchio Continente bruciarono oltre 120 miliardi di euro di capitalizzazione. “L’effetto Lehman” colpì naturalmente anche i mercati valutari con l’euro che sovrastava il dollaro e il petrolio che crollava distintamente sotto i 100 dollari al barile. Gli Usa provocarono l’effetto domino e la crisi travolse anche l’Europa. Già nel 2007 si avvertiva il pericolo del disastro finanziario e del conseguente inevitabile contagio. Proprio nel giugno di quell’anno la banca d’investimento Bear Stearns comunica di avere difficoltà su investimenti in titoli garantiti da mutui subprime e nei mesi successivi, la crisi tocca l’Europa e colpisce le istituzioni finanziarie del Regno Unito, della Germania e della Francia. A settembre il Governo britannico deve intervenire perchè da parte dei clienti della Northern Rock, c’è una corsa al ritiro dei depositi. La Northern Rock è una banca attiva nel mercato dei mutui, e l’UK offrirà una garanzia pubblica sui depositi della banca. Ma il caso Lehman fa preciptare la situazione. L’Europa si preparerà ad affrontare una seconda crisi, quella dei debiti sovrani innescata dalla Grecia a ottobre 2009. Stessa situazione si vedrà in Italia nell’estate del 2011, con l’impennata dello spread, il differenziale del rendimento tra Btp e Bund tedeschi che il 5 agosto 2011 tocca il record di 416 punti.
Da quella crisi scoppiata nel 2008 ancora l’Italia ne sta pagando le conseguenze, sono passati dieci anni e tutta l’economia europea si è trasformata.

La paura che un’altra crisi possa colpire di nuovo è sempre latente…
Putroppo non abbiamo l’assoluta certezza che questo non possa riaccadere. Tanti potrebbero essere i fattori scatenati e la risposta più prossima potrebbe essere insoddisfacente nel dare la sicurezza, perché riversiamo tutta la colpa a quel preciso momento del “crollo di Lehman Brothers” ma in verità, quella bancarotta è stata il momento più emblematico di una catastrofe economica che ha dentro tante crisi diverse. Invece bisogna fare i conti con i tanti fattori scatenanti che si sono susseguiti a macchia d’olio. Dopo anni di credito eccessivo nel settore immobilare americano, concesso senza troppe cautele né sufficienti garanzie, in maniera spropositata, l’effetto default che ne sarebbe conseguito era prevedibile. Inoltre una crisi bancaria in America e in Europa dovuta all’enorme diffusione nei bilanci delle banche di derivati basati sui mutui facili concessi negli Stati Uniti e ancora, una crisi finanziaria generata dall’incertezza mondiale sui bilanci delle banche. E poi ancora, la crisi reale, quella tangibile, che riguarda non solo i grandi investitori ma colpisce anche il piccolo risparmio delle famiglie e tira giù nel vortice piccole imprese, lasciando dietro di se, una scia di disoccupazione. Scaturisce da ciò la paura che porta al blocco degli investimenti e l’economia del normale consumo, di fondo c’è una reale consapevolezza che il futuro a breve e medio termine sia incerto. Abbiamo inoltre assistito alla crisi dei debiti degli Stati, che ha colpito in particolar modo l’Europa, investita anch’essa dalla crisi economica che ha messo a dura prova la tenuta dell’unica unione monetaria del mondo. Purtroppo non ci si può sentire immuni dal ripetersi del crollo a cascata, perchè ogni crisi è legata ma ognuna presenta sfumature diverse.

Pur rimanendo una possibilità tangibile, non cè nulla che lasci
pensare che negli Stati Uniti si stia ringenerando una nuova bolla immobiliare, ma nell’eventualità che accada, difficilmente la caduta dei prezzi delle case americane avrebbe lo stesso effetto devastante di dieci anni fa.
Lehman fallì anche perchè nessuno era più disposto a concedere credito neanche per mezza giornata, il motivo di tale diniego era perché era diventato impossibile capire che cosa ci fosse davvero nel bilancio della banca, pieno di titoli derivati “sintetici”, dove per sintetici si intende che mettono assieme investimenti anche molto diversi tra loro, compresi i mutui concessi a gente che aveva scarse probabilità di rimborsare le rate (i famigerati subprime). Un problema che interessava anche altre banche non solo Lehman Brothers.
In questi 10 anni tanto in Europa che negli Stati Uniti i governi e le autorità di vigilanza si sono adoperati per impedire a una banca di prendersi rischi eccessivi e di diventare troppo grande per essere lasciata fallire. Con l’aumento dei requisiti patrimoniali nella zona euro, parametri che hanno nomi poco accattivanti come Core Tier 1, la Bce ha costretto le grandi banche a capitalizzare anche per mezzo dei loro soci o ad attingere dai loro utili (bail in) ed accantonarlo per far fronte ad un’eventuale nuova crisi. Per quanto le banche americane oggi gestiscano maggiori prodotti “derivati” anche se (più trasparenti) rispetto a dieci anni fa (157mila miliardi di dollari totali) e negli Stati Uniti si cerca di contenere la pressione per indebolire la Volcker Rule, la regola che impedisce a grandi banche di usare i propri fondi per fare trading e altre norme introdotte per ridurre la rischiosità nel settore, nessuna banca al giorno d’oggi potrebbe fare bilancio con derivati indecifrabili o aumentare a dismisura i cattivi crediti senza incorrere nello stop da parte dell’ Autorità di vigilanza.

Quindi sarà impossibile che riaccadrà un effetto Lehman, cioè una nuova bancarotta bancaria capace di mandare all’aria il sistema finanziario mondiale. Ma dietro l’angolo può esserci sempre in agguato il rischio di una nuova crisi come quella tra il 2007 e il 2009 che dimezzò il valore del listino di Wall Street. Anche se a guardare i grafici qualche paura viene.
Il continuo altalenare dei mercati con fasi di eccessiva crescita e ribasso, porta a considerare sempre il momento. Oggi siamo in una fase di potente crescita dei valori delle Borse, mentre altri indici sono ai massimi storici. Il più importante di tutti, il Dow Jones della Borsa di New York, che prima dell’inizio della crisi, era sopra i 14 mila punti, e immediatamente dopo il 15 settembre del 2008 è precipitato a 7 mila, oggi è ad un passo dai 26 mila. A favorire la crescita in questi anni sono stati i titoli tecnologici, che non sono solo Apple o Amazon (entrambe salite oltre la storica soglia dei mille miliardi di capitalizzazione) ma anche Tesla o Netflix, che valgono svariate decine di miliardi di dollari (rispettivamente 50 e 160) anche se non hanno mai chiuso un bilancio in utile. Il fantasma che una nuova crisi delle Borse, sia scatenata stavolta dai titoli tech e non dalle banche, è una possibilità.

Anche fuori dalla finanza regolamentata si nascondono molti pericoli. Il valore totale dei contratti derivati “over the counter”, cioè scambiati su mercati non regolati, è di 532 mila miliardi di dollari, pari a circa cinque volte il Pil del pianeta. Mentre il sistema delle banche ombra, (canali non ufficiali, finanziarie, assicurazioni, titoli fidejussori ecc), cioè il credito concesso al di fuori dal sistema bancario, vale 45 mila miliardi di dollari. Gli speculatori di borsa più spericolati hanno sempre “giochetti finanziari” con cui svagarsi. Le speculazioni sulle criptovalute come i bitcoin sono un ottimo esempio di come, per chi vuole, ci siano sempre a disposizione strumenti totalmente sregolati e selvaggi con cui fare (o perdere) soldi. Ma rispetto a dieci anni fa c’è una reale cortina tra questo tipo di finanza e quella da cui dipende l’economia reale. La caduta dei bitcoin, crollati da 20 mila a 6 mila dollari in pochi mesi, non ha avuto nessun impatto sulle prospettive delle industrie o sui posti di lavoro.

Ma lo spettro peggiore resta la crisi delle imprese e quindi del lavoro. Tra il 2008 e il 2009 abbiamo assistito al tracollo economico peggiore della storia moderna: oltre settanta Paesi sono finiti in recessione e nel 2009 l’intero Prodotto interno lordo del pianeta è calato dell’1,7%.

L’Organizzazione internazionale del lavoro ha reso noto che solo nei Paesi del G20, sono rimasti senza lavoro oltre 20 milioni di persone a causa della recessione. Alcuni Paesi come il nostro, non sono ancora riusciti a recuperare i livelli del Pil del 2008 e ci sono voluti quasi dieci anni per recuperare i posti di lavoro.

Non c’è niente che possa garantire di essere al riparo da altre crisi di livello mondiale. L’economia del pianeta è in ripresa ma in modi diversi da Stato a Stato e con diversità di ricchezze e di risorse. E’ la Cina che in questi anni ha costituito il caposaldo della crescita mondiale, tuttavia questa crescita è soggetta a molte incognite, non ultima la questione del forte indebitamento. Anche gli USA vanno veloci ma a causa delle politiche protezioniste, vanno a costituire un grosso rischio per tutta l’economia mondiale.
Argentina e Turchia passano da un’economia emergente ad una fase di flessione importante e rischiano di risucchiare indirettamente nella crisi interna anche l’Asia e l’Europa.

il Wall Street Journal nella sua descrizione del decennio di Lehman Brothers, annovera l’eventualità che il nostro Paese decida per l’uscita dall’euro, “l’Italexit” sarebbe indubbiamente uno degli elementi che scatenerebbero la prossima crisi.
Tutto ciò riporta a quello che è stata la ragione principale della crisi derivata dal crac di Lehman Brothers: il debito pubblico col rischio che non possa essere onorato.

Rispetto a 10 anni fa l’indebitamento globale è lievitato del 12% in più, con 215 mila miliardi di debito totale tra privati e Stato; nel 2009 il decremento del Prodotto interno lordo ha messo a nudo la fragilità dei conti di diversi Paesi, da Dubai all’Islanda ai Paesi del Baltico e in special modo degli Stati dell’Eurozona.

Diversi Paesi europei hanno falsificato i propri conti perchè incapaci di far fronte al debito contratto con le banche e in taluni casi, sono dovuti ricorrere a piani di salvataggio. La Grecia, il mese scorso ne è finalmente uscita.

E’ prevista per il prossimo dicembre la fine del Quantitative easing, lo strumento col quale la Bce ha aiutato una posizione di ammorbidimento della tensione dei mercati.

Si potrebbe allora ipotizzare che ormai ne stiamo uscendo, ma la condizione di indebitamento pubblico è ancora tutta aperta all’interno dell’Unione monetaria europea. La spinta di uscire dall’euro arriva nei Paesi, quando la difficoltà aumenta e la volontà di riadottare una propria divisa prende forma, perchè si pensa che si riotterrebbe una più ampia libertà nella gestione dei conti pubblici. Sotto questo aspetto al momento l’Italia è il Paese che tutti osservano in Europa e nel mondo. Talora dovesse riaprirsi una crisi dei debiti pubblici, saremmo i primi a subirne le conseguenze.