LO SCONTRO ORFINI ZINGARETTI RIAPRE IL CONGRESSO PD

DI ALBERTO EVANGELISTI

Qualcosa in casa PD si sta muovendo e, per capire cosa stia succedendo, bisogna mettere bene insieme le quattro notizie emerse in queste ultime ore che riguardano il Partito Democratico: la prima, i renziani rinviano la riunione di corrente per decidere la posizione congressuale; la seconda, Orfini propone di sciogliere il PD e rifondarlo; la terza, Calenda invita a cena quelli che ritiene i leader del partito – Renzi, Gentiloni e Minniti; la quarta, la reazione di Zingaretti alla proposta di Orfini.

Cosa si ricava unendo i punti lasciati da queste notizie?

La storia del congresso PD pareva, come sempre del resto, già scritta: con l’appoggio di Franceschini e di altre ali della ex minoranza, la candidatura di Zingaretti sembrava avviata ad un congresso senza grossi intoppi, basti pensare che la candidatura ha recentemente avuto anche la benedizione di D’Alema (nonostante l’adagio che nulla di positivo possa nascere dalla benedizione di D’Alema).

Anche i renziani, i meno propensi ad accettare il nome del Governatore del Lazio, sembravano iniziare a spaccarsi sul da farsi (ed ecco probabilmente il vero motivo del rinvio dell’incontro): da una parte gli oltranzisti, guidati da Maria Elena Boschi che volevano andare alla battaglia congressuale proponendo un proprio nome, dall’altra le colombe, che ritenevano doverosa una trattativa con Zingaretti, quantomeno per fissare alcuni punti inderogabili ai fini di un appoggio della corrente. Capofila di questa ala morbida sarebbe stato Luca Lotti.

Il problema più grosso dei renziani è l’attuale assenza di un candidato credibile: tolto Renzi che pare seriamente intenzionato a non impegnarsi in prima persona per questo turno, almeno in un congresso che sia fatto prima delle europee, rimane Del Rio, uomo da sempre in vista nella corrente, anche se con fortune alterne, che però rischierebbe di diventare un boomerang viste le polemiche sull’attività del ministero da lui gestito e relativa al caso del ponte Morandi. Motivo per cui alla fine sembrava fatta anche per l’appoggio dei renziani a Zingaretti.

Le notizie di oggi però, ci dicono due cose: che Calenda intende provare ad avviare una partita differente, fuori dalla logica usuale dei congressi PD con vincitore annunciato e che Orfini ha lanciato sul piatto una proposta, il cui principale effetto sarebbe quello di prendere tempo e spostare il congresso ad una fase post europee: “Ragioniamo con le forze sociali, parliamo all’area che va da Tsipras a Macron. Possiamo farlo solo se questo non diventa l’oggetto dello scontro congressuale, altrimenti chiunque vinca il congresso rischia comunque di schiantarsi alle elezioni europee”, idea non così distante da quel Fronte Repubblicano lanciato proprio da Calenda.

Certamente, Orfini non è un renziano della prima ora, ma come presidente del partito, la sua linea è sempre stata molto vicina a quella dell’ex segretario, motivo per cui non è impensabile che dietro questa idea ci sia Renzi stesso.

Perché allora prendere tempo? Ci sarebbero almeno due motivi, uno esterno al PD, ed uno interno.

Quello esterno ha a che fare con la posizione del M5S: nonostante le dichiarazioni d’amore nel Governo, il rapporto fra Lega e 5 Stelle inizia ad incrinarsi, sia per il dettaglio delle posizioni tenute fino ad ora, sia perché la divisione interna dei fondi, da mettere nei provvedimenti di politica economica, non è così agevole e ciascuna delle due forze spinge per i propri provvedimenti. Del resto, il Movimento si approcciava a questo Governo da leader di coalizione e in soli 2 mesi, stando ai sondaggi, è stato superato dall’alleato che aveva la metà dei suoi voti.

Questa situazione spingerebbe una parte del PD a rivalutare una possibilità di cooperazione con i 5 Stelle, a cui una sponda potrebbe tornare utile, specialmente nel caso in cui Salvini decida di far saltare il banco. Zingaretti, che già in Regione Lazio ha dovuto per necessità intraprendere simili trattative, sarebbe forse il pontiere ideale. Non è un mistero invece che Renzi si sia sempre fortemente opposto a questa possibilità. Viceversa, l’ex segretario, e non solo lui, vede da sempre di buon occhio la possibilità di costituire un’area che raccolga una vasta gamma di elettorato moderato, compreso quello orfano di Forza Italia che, con un impegno sempre decrescente di Berlusconi, pare destinata a scomparire.

La motivazione interna invece ha a che fare con la candidatura principale ad oggi: Zingaretti nel breve è certamente in pole position come aspirante alla segreteria, peraltro la sua recente rielezione lo pone come uno dei pochi leader PD che possa approcciarsi al congresso da “vincitore”. Il tempo però può, portare numerosi rimescolamenti di posizione, anche in attesa di capire come il Governatore gestirà i primi mesi del nuovo mandato in Regione, non privo di nuvole all’orizzonte.

In tutto ciò si inserisce anche la proposta di cena di Calenda: il predecessore di Di Maio allo sviluppo economico ad oggi, anche se si presentasse, non avrebbe i numeri per battere Zingaretti. Ma le sue caratteristiche offrono alcuni vantaggi indiscussi: pur avendo fatto parte dei Governi Renzi e Gentiloni, Calenda non è considerato eccessivamente compromesso dal risultato delle ultime elezioni; è uno dei pochi la cui azione di governo è parsa realmente ben fatta e la conclusione della vicenda ILVA grazie al piano da lui costruito, nonostante i proclami, né rafforza ulteriormente le quotazioni.

In tutto questo, resta da vedere la posizione di Gentiloni che, come abbiamo già avuto modo di scrivere, per la vicinanza e l’influenza fra i protagonisti congressuali, oltre che per il ruolo istituzionale conquistatosi durante la propria presidenza, potrebbe giocare un ruolo primario negli equilibri, interni e non.

Rimane un problema enorme: mentre si gioca questa partita a scacchi, anche interessante per gli addetti ai lavori, il Partito non riesce a fare una opposizione concreta al Governo. Pur esponendo motivazioni anche concrete, come è stato per esempio per la discussione sul milleproroghe, il tutto resta completamente oscuro per le masse che, a parte qualche rara eccezione, dei dibattiti parlamentari poco o nulla sanno, rafforzando in qualche modo l’idea che il rischio non sia tanto un eventuale scioglimento volontario, come auspicato da Orfini, ma una liquidazione coatta.