PALERMO ABBRACCIA FRANCESCO NELLA MEMORIA DI PADRE PUGLISI

DI LUCA SOLDI

 

L’occasione è stata la ricorrenza, l’anniversario dell’assassinio di uno delle centinaia di martiri uccisi dalla mafia e dal clima sociale e politico che la tutela. Lo stesso don Puglisi, o meglio padre Puglisi come amava farsi chiamare dai giovani che custodiva dal male di Palermo, di Brancaccio non avrebbe voluto essere sommerso da una folla.
Lui amava la sua gente, quei giovani che gli si accostavano ad uno ad uno e si facevano strappare dal clima di odio e prevaricazione della mafia
Poi venticinque anni fa, quel 15 settembre del 1993 qualcuno si era stancato di tollerare il sorriso di quel prete che in quel luogo portava avanti la Testimonianza del Vangelo ed aveva deciso di mettere fine alla sua esistenza terrena
E Papa Francesco, comprendendo tutto ciò ha voluto ricordalo con la sua presenza andando nella sua casa, nella sua cameretta soffermandosi su su quel crocifisso stilizzato, semplice, scarno, essenziale ma concreto come era padre Puglisi
Questa volta il quartiere non si è chiuso. Anche qui persone, finestre aperte e lenzuoli bianchi distesi a significare la memoria e probabilmente la voglia di ripartire partendo da una pagina nuova, tutta da vivere e scrivere
«Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore». Papa Francesco ha detto poi in una Palermo piena di fedeli in quello che è stato un viaggio breve, brevissimo ma decisamente intenso.

È stato un entrare nel cammino del Popolo e della Chiesa siciliana per rafforzarla e spronarla a scrollarsi di dosso ogni tipo di legame con la mafia. Una mafia meno evidente, meno visibile, militarmente nascosta, impegnata nel resto del Paese
ma pure presente e dominante
Una mafia che malgrado l’impegno e il lavoro immenso della stragrande parte dei parroci e dei vescovi per la legalità, la tentazione di una certa contiguità con il potere dei clan continua a dettare le sue regole.
Un sistema profondamente radicato nella cultura popolare siciliana che spesso si nutre di contiguità allo Stato ma anche di una pretesa ed ingiustificata vicinanza simboli religiosi. Papa Francesco lo ha più volte sottolineato nel suo pontificato.
Di continuo ha tenuto a far capire che niente e nessuno può accostare i valori del Vangelo ad un mondo fatto di violenza, di sudditanza, di sottomissione.
Ed in questa occasione più di altri suoi predecessori ha voluto essere presente con la volontà di recidere ogni possibile fraintendimento.
Simbolicamente lo ha fatto celebrando il prete simbolo della lotta a Cosa Nostra, padre Pino Puglisi, ucciso per mano mafiosa appunto 25 anni fa dal clan Graviano.
Quel prete sottraeva i bambini al controllo delle famiglie mafiose, li aiutava a capire il bene e il male, a crescere nella legalità, vivendo in modo pieno la Parola in quella parrocchia di Brancaccio e nel centro Padre Nostro. Padre Puglisi, una settimana prima di morire, assassinato da un gruppo di killer tra cui Gaspare Spatuzza, cercò di contattare il presidente della Commissione antimafia Violante , affinché lo ascoltasse su cose urgenti che aveva da riferirgli. L’incontro non avvenne in tempo. Il contesto di quei mesi era terribile. Era in atto una guerra combattuta militarmente. I grandi attentati, si succedevano in continuazione. Lo Stato perdeva gli uomini migliori mentre pezzi importanti continuavano a compromettersi con la mafia.
In quei giorni i fratelli Graviano erano tornati a Brancaccio da Forte dei Marmi. A Forte dei Marmi, avevano “riposato” dopo la strage di Via dei Georgofili del 27 Maggio 1993 in una villa da 25 milioni di lire di affitto al mese.
L’impegno di padre Puglisi disturbava, minava la credibilità, creava una minaccia al sistema che dominava il territorio.
Fu eliminato, ma oggi un papa, di nuovo, torna a Palermo ma questa volta il popolo siciliano pare ascoltare e comprendere