TRUMP IN BILICO. COLLABORA COI GIUDICI DEL RUSSIAGATE IL CAPO DELLA SUA PROPAGANDA ELETTORALE

DI ALBERTO TAROZZI

Che Trump sia poco amato sia dai nemici dichiarati sia dagli amici col mal di pancia non si fa fatica a crederlo. Era di pochi giorni fa una denuncia dei suoi modi deliranti di governare, fatta da una talpa anonima del Partito repubblicano sul New York Times.

Ma venerdì gli è stato rifilato un colpo che potrebbe essere da knock out da una persona con tanto di nome e cognome, che ha dichiarato la sua disponibilità a spifferare tutto quello che sa di Donald al giudice Mueller.

Colui che con maggiore ostinazione persegue il presidente sul caso di maggiori implicazioni politiche tra quelli nei quali Donald si è andato a ficcare. Niente pornostar, questa volta, e nemmeno la descrizione di scenate paramanicomiali.

Quelli che vengono evocati in questi giorni sono gli scenari del Russiagate, e chi si ripromette di dire la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità, fino a giurarlo, è il signor Paul Manafort, ex capo della campagna elettorale di Donald Trump. Per aggiunta colui al quale Manafort ha manifestato propositi di leale collaborazione è il procuratore speciale Robert Mueller, a capo dell’indagine sulle interferenze russe nella campagna elettorale del 2016. Per farla breve, il giudice, appunto, del Russiagate.

Come dicevamo non si può dire che Trump possa contare su schiere di “amici” disposti a gettarsi nel fuoco per lui, ma c’è “amico” e “amico”. Nessuno come Manafort è in grado, se lo vuole o glielo fanno volere,  di fornire informazioni fondamentali per accertare se e come la Russia abbia colluso con il comitato elettorale di Trump.

In particolare sarebbero avvenuti nell’estate del 2016 i due eventi al centro delle indagini di Mueller sul Russiagate: l’attacco informatico ai server del Partito Democratico, e l’incontro alla Trump Tower di New York tra cittadini russi che avrebbero potuto essere pilotati dal Cremlino e tre figure di primo piano dello staff del futuro presidente degli Stati Uniti. Detti con nome e cognome, Donald Trump Jr. (figlio di Trump), Jared Kushner (genero di Trump) e, appunto, Paul Manafort, capo della campagna elettorale di Trump. Oggetto dell’incontro sarebbe stata la disponibilità dei russi a fornire allo staff di Trump informazioni dannose alla campagna presidenziuale della Clinton.

Da cosa potrebbe dipendere la disponibilità di Manafort a snocciolare fatti e parole che costituirebbero la trappola per incastrare Donald?

I maligni fanno riferimento a un precedente lavoro di Manafort, incastrato per avere sostenuto in Ucraina, il governo filorusso Janukovitch, poi deposto. Niente di male, in teoria, facendo Manafort di professione il lobbysta a pagamento; se non fosse che il nostro non si era registrato in patria, e non aveva dunque dichiarato tale attività. Reati abbastanza pesanti.

E’ dunque sorto il sospetto che Paul abbia offerto ai giudici, a Mueller in particolare, quella collaborazione “completa, onesta, esaustiva e diretta” sul caso Russiagate volta a meritare consistenti riduzioni di pena per i numerosi peccati a lui addebitati sul versante ucraino.

Per ora sono solamente ipotesi, sia pure avallate da numerosi e consistenti indizi, ma c’è chi sostiene che a causa di queste indagini il futuro di Trump sia segnato. Diciamo la verità, che il destino politico di Trump non potesse avere vita  lunga, grazie alle sue imprevedibili intemperanze lo sospettavamo da tempo. Oggi siamo forse a un passo dalla verifica di quella previsione.