BANNON : CON ME IL FASCISMO IN EUROPA, MA NON SAPPIAMO COSA NE PENSI TRUMP

DI ALBERTO TAROZZI

A leggere molti media italiani parrebbe che, in un recente incontro col regista Michael Moore, Steve Bannon, l’ex stratega della campagna elettorale di Trump, avrebbe fornito una notizia inattesa. Quella di voler resuscitare il fascismo in Europa.

In realtà, a leggere i media statunitensi, il cuore della conversazione era stato un altro, vale a dire l’insipienza politica dei democratici americani. Tra l’altro Bannon spiega, nel corso dell’incontro, come costituisca una ragione della vittoria di Trump, il fatto che loro, le destre, abbiano agito con botte da sfasciare le testa, mentre i dem si sarebbero limitati a una guerra di “cuscinate”.

A calcare la mano è poi lo stesso Moore, quando evidenzia che il populismo si è tinto dei colori delle destre quando la controparte dem ha preso ad ignorare un impoverimento verticale della middle class statunitense, con gli insegnanti costretti a ricorrere alle mense per i poveri per arrivare a fine mese.

Peraltro che Bannon dietro il concetto di Alt-right (destra alternativa) puzzasse abbondantemente di scelte parafasciste lo dubitavamo da qualche annetto pure noi, che di Moore non abbiamo certamente il prestigio:  razzista, antisemita, suprematista bianco, islamofobo, maschilista, nazionalista, protezionista agli esteri, ma anarco-capitalista in patria e scusateci se abbiamo dimenticato qualcosa.

Adesso che incontra Salvini e presto la Melloni e che, come ci informa il sito cattolico Lumsa.news, ha messo nel mirino Bergoglio e si propone scuole quadri per i cattolici reazionari italiani i dubbi residui si dovrebbero essere risolti.

Magari, invece di gridare genericamente al fascismo, sarebbe comunque ancora più opportuno capire in quali forme si stia presentando un fenomeno politicamente nuovo che non necessariamente va combattuto con le ricette del passato.

Ma questo giustamente non era il compito di Michael Moore.

L’episodio può però costituire uno spunto valido per condurre un altro genere di riflessioni. In particolare, in che misura sia possibile capire quanto rimanga in piedi della antica alleanza tra Trump e Bannon.

Non dimentichiamo che in gennaio Bannon, russofobo fino al midollo, come antisovietico era stato in passato, si era scagliato come una furia contro la famiglia Trump accusata di intrallazzare col Cremlino. In particolare ci era andato sul pesante contro la figlia di Trump, Ivanka e contro il genero Kushner, colpevoli di un presunto contatto compromettente con emissari moscoviti.

Particolare curioso. In un suo tentativo successivo di marcia indietro, non si sa quanto accettato da Trump, Bannon aveva poi indicato come unica anima nera del gruppo lo stratega elettorale di Trump, Paul Manafort, proprio colui che ieri l’altro si è dichiarato pronto a collaborare con la magistratura sul caso Russiagate.

In breve, quello che ci incuriosisce e che nessuno ci spiega, è sapere a che punto sia il conflitto, se ancora esiste, tra Trump e Bannon. Per esempio sapere se Trump sostenga ancora che Bannon, quando gli era stato vicino, si fosse reso protagonista soprattutto degli insuccessi, come nelle elezioni dell’Alabama, e per il resto fosse contato poco o nulla tranne fare pubblicità a se stesso.

Vorremmo duque capire se il loro sia solamente un gioco delle parti oppure se, ormai bruciato Trump, sia Bannon o qualcuno della sua macchina da guerra mediatica, il prossimo esponente della destra americana. Oppure ancora se Bannon non giochi le sue ultime disperate carte in Europa, essendo ormai fuori gioco negli Usa. Vale a dire se colpire Trump e le sue alleanze, per quanto ragionevole possa essere, non ci spinga a trascurare le strategie diverse, ma non si sa quanto meno pericolose, di questo suo nemico/amico.

E visto che Bannon, in Italia, sta diventando di casa, la cosa ci potrebbe riguardare in senso abbastanza stretto, in un futuro non lontano.