L’ASSENZA DELLE POLITICHE PER IL WELFARE NON FAVORISCE LA CRESCITA INDIVIDUALE

DI MARINA POMANTE

E’ sempre più attesa la discussione che potrà aprirsi nelle prossime settimane sulla Legge di bilancio e la fase che seguirà dell’apertura dei lavori del Governo.
Sicuramente iprovvedimenti dell’esecutivo impatteranno su vari aspetti del disagio sociale, sempre più preminente tanto in Italia come in Europa, da essere espresso anche attraverso il voto.
Il drastico cambiamento che il 4 marzo, a urne chiuse, ha decretato un Governo di protesta (espressione di un malessere sociale ed economico), che ha vinto grazie all’enfatizzarsi di situazioni sempre più favorevoli al Governo attuale e a causa degli errori dei Governi precedenti… Un voto che viene dalla pancia degli italiani sempre più insoddisfatti di tutte le varie misure intraprese dalla vecchia politica.

Il Partito Democratico che ha tenuto le redini del Governo fino al 4 marzo ha commesso il grande errore di incentrarsi totalmente sul proprio leader il quale sordo ai dissensi ed alle alternative proposte dalle aree interne ma minoritarie, ha trascurato il naturale allargamento politico ad un dialogo possibilistico. Gli italiani o gran parte di essi parrebbero aver percepito questo “assolutismo” come una sorta di diktat che si sono susseguiti.
Il Pd probabilmente, non è stato capace di cogliere persino i segnali che provenivano da scissionisti non in linea col volere centrale. Nell’elettorato la “summa” di tutto questo ha prodotto la ricerca del nuovo, di un’alternativa, riponendo in essa la speranza di una maggiore rappresentanza popolare. Una politica più popolare, non populista!

Adesso parte di quest’elettorato pur vedendo concretizzate alcune aspettative, vive la sensazione di veder spostato l’asse troppo verso un’espressione populista, naturalmente l’altra fetta degli elettori riscontra nel Governo una componente troppo sbilanciata a sinistra. Tutto questo sottile effetto destabilizzante non è tuttavia sufficiente per mettere in discussione il Governo, sarà probabilmente la Legge di Bilancio che segnerà il riequilibrio dell’asse o il suo irreversibile spostamento.
C’è anche quella parte di elettorato che pur avendo votato una delle componenti dell’attuale Governo, oggi si sente forse delusa da accordi politici che cancellano l’effettiva autonomia del Partito votato. Il Governo attuale è in effetti frutto di un’intesa post-elettorale necessaria per non lasciare nel caos del “nulla di fatto” il Paese. Le aspettative sono ambiziose e il cambio di rotta paventato in campagna elettorale sta faticosamente compiendosi, anche se a caro prezzo, con tinte tra il popolare e l’impopolare.

Alcuni identificano nel vice premier Matteo Salvini l’elemento di potenziale pericolosità per la democrazia stessa, di fatto lo accusano (anche a livello europeo) di ricorrere ad atteggiamenti assolutistici e l’accostamento conseguente ad una destra dal pugno duro diventa inevitabile. Anche la componente governativa del M5S ha ingenerato non poche perplessità, non tanto per le decisione ma per le dichiarazioni di alcuni uomini dell’esecutivo. Molto contestato ad esempio, il presidente della Camera Roberto Fico, per le sue esternazioni sugli immigrati e per le sue incursioni considerate troppo di Sinistra. A lui viene mossa l’accusa di non conservare un atteggiamento super partes, consono al ruolo istituzionale che ricopre.

Lo scorso giugno, Repubblica ha pubblicato un articolo non firmato nel quale si denuncia l’assenza di una mobilità sociale e una staticità di misure tese al recupero dell’economia stessa del Paese e che per risalire occorreranno cinque generazioni.
Dal rapporto dell’OCSE pubblicato in questi giorni: “A broken social elevator. How to promote social mobility” (un ascensore rotto. Come promuovere la mobilità sociale) che ribadisce: “Chi nasce in una famiglia a basso reddito impiega circa 150 anni per raggiungere la media del suo Paese”. Nell’articolo viene riportato che secondo l’OCSE “In Italia sono necessarie cinque generazioni perché un bambino nato in una famiglia a basso reddito (tra il 10% più povero della popolazione) raggiunga il reddito medio nazionale”. L’importanza per il Paese di avere una continua mobilità sociale è indispensabile. Una teoria che è percorsa da tutto il pensiero filosofico di Karl Marx ed i suoi assunti nel “Capitale”. Non si può negare che una società moderna e civile deve necessariamente consentire a chi nasce povero di poter mutare la propria condizione nel corso della propria vita, altrimenti si rischia non solo l’immobilità sociale, ma il collasso generazionale. Quindi in primis è fondamentale che ci siano potenzialità aperte a tutti.

Se la “condizione” galleggia nello status quo, è preclusa a chiunque qualsiasi pulsione di ricerca del proprio miglioramento, ne consegue che la società tutta ne risente sotto l’aspetto economico, sociale, politico, strutturale. Tutto si ferma.
Altra variabile ineluttabile è la perdita di talenti, di giovani che anche se preparati e promettenti si vedono costretti a cercare all’estero soddisfazione. La cosidetta fuga dei cervelli.
L’OCSE, nel rapporto registra che una scarsa mobilità sociale: “mina la crescita potenziale e riduce la soddisfazione individuale, il benessere e la coesione sociale”.

Secondo i dati OCSE nel nostro Paese il 34% della popolazione sostiene che per migliorare il proprio status è necessario avere genitori istruiti, per contro, per il 71% dei genitori la preoccupazione è che i propri figli non riescano nemmeno a raggiungere il proprio reddito.
In questo ultimo decennio non sono ravvisabili progressi significativi in termini di istruzione superiore, basti pensare che i laureati nel nostro Paese arrivano a maturare mediamente un reddito del 40% superiore a quello dei diplomati, la media OCSE è invece fissata al 60%.

Qualis pater, talis filius
Gli esperti misurano la mobilità sociale facendo un raffronto tra lo status di genitori e figli, il loro stato sociale individuale relativo al reddito nel corso della vita. Tale confronto è detto: iter generazionale. In base al rapporto OCSE, questa mobilità non è egualmente distribuita.
Per iter generazionale si intende che due terzi (il 67%) dei figli che hanno i genitori con un’istruzione al ciclo superiore, avranno anche loro un livello medio di istruzione (contro la media OCSE del 42%). Quindi i figli di chi avrà solo la terza media, la maggioranza degli italiani (il 55% della popolazione), non andranno oltre la terza media. Solo il 6% dei giovani raggiungerà la laurea, pari a meno della metà della media OCSE. La medesima logica vale per il tipo di lavoro: figli di lavoratori manuali seguono le orme dei genitori in una scala di 4 su 10 (più della media OCSE). Altrettanto vale per i figli dei manager o dirigenti d’azienda. Inoltre il 31% dei genitori con basse retribuzioni vedranno i loro figli percepire restribuzioni basse, l’unica media vicina a quella OCSE.

Anche per la mobilità del reddito si riscontra lo stesso problema, ritenendola scarsa: la possibilità che il reddito individuale possa aumentare nel corso della vita è veramente limitata in special modo per chi ha un reddito basso. E’ dagli anni 90 che questa bassa mobilità è incrementata.
Per ogni singolo individuo, la gran parte delle opportunità dipendono dal lavoro e dal livello di istruzione. In italia c’è un’alta percentuale di disoccupazione giovanile che è addirittura più alta della media OCSE.
Tanti lavoratori hanno posizioni lavorative di bassa qualità e poche possibilità di crescere di livello. Le politiche sono indirizzate tutte sulla flessibilizzazione depennando l’aumento delle opportunità ingenerando la piaga del precariato, non l’aumento di mobilità e accesso.
Nella maggior parte dei paesi OCSE, Italia compresa, la disuguaglianza della distribuzione del reddito è aumentata e tutto questo provoca il fenomeno della scarsa mobilità sociale aumentato ulteriormente.
Una politica liberista, la globalizzazione senza freni, politiche di austerità nei Paesi dell’Unione Europea hanno favorito il trend, accentuandone sempre di più il problema.

Politiche economiche focalizzate solo sulla crescita attribuendone un beneficio per tutte le classi allo stesso modo, per poi intervenire con scarse politiche redistributive che hanno appena dato una moderazione alla contrapposizione crescente dei redditi.
Tuttavia, anche la disuguaglianza del reddito è più accettabile se è associata ad una mobilità alta tra le generazioni e nel corso della vita degli individui. Ogni individuo è disposto ad accettare un reddito basso se poi questo può aumentare in uno spazio di tempo non troppo lungo. Ciò non è proprio vero, in tutti i Paesi Ocse, una crescente disuguaglianza del reddito si è accompagnata ad una minore mobilità sociale. Anzi i Paesi con alta mobilità sono sempre di più Paesi dove la disuguaglianza è minore. I canali attraverso i quali viene dimostrato sono diversi, ma il più tipico è quello legato alle condizioni familiari e del “capitale umano”, il maggiore reddito dei genitori influisce sul livello di istruzione dei figli i quali, grazie all’istruzione, sono in grado di accedere a classi di reddito più alto.

Tra i Paesi OCSE, l’Italia ha una condizione di disuguaglianza del reddito medio alta. Riferendosi invece ai Paesi dell’Ue il livello di disuguaglianza è più alto in Austria, Spagna, Portogallo, Grecia e Gran Bretagna. Ma presenta diversità nelle varie fasce di reddito, è medio bassa per i redditi bassi, è invece media se riferita ai redditi alti.
Nei Paesi OCSE, l’Italia vede solo un 40% di chi appartiene a un ceto medio capace di salire di classe nel corso del tempo, contro un 20% che invece tende ad una flessione di reddito più basso. La “stabilità” è più alta per i ricchi, chi gode di una certa classe di reddito tenderà a rimanervi. La tendenza che si registra dagli anni 90 è di una diminuzione della mobilità sociale e di reddito.

Dal rapporto Ocse emerge il quadro di ciò che viene chiamata: mobilità sociale di classe, ossia la possibilità di cambiamento della classe sociale da una generazione all’altra. I dati riguardanti l’Italia, non sono incoraggianti, il nostro Paese registra infatti una mobilità sociale di classe più bassa di tutti.

 

Fonte: Figure 4.1, A Broken Social Elevator? (Ocse 2018).

 

Piu semplicemente, il nostro è un Paese con una disuguaglianza del reddito medio alta e una bassa mobilità intergenerazionale, inoltre anche la mobilità individuale nel corso della vita è bassa, la mobiità sociale di classe è addirittura bassissima.
Un Paese con una condizione statica!

Un elemento importantissimo è la percezione della mobilità sociale. Se si ha la sensazione che nel tempo si avranno opportunità per cambiare la propria condizione, anche una situazione sfavorevole viene affrontata con la speranza che sia temporanea.
Se invece la sensazione è che le cose non cambieranno nel tempo, oltre al malcontento si aggiunge la frustrazione della consapevolezza che il proprio status non possa cambiare.

Facendo riferimento ai Paesi OCSE è aumentato il numero di persone che pensano che i propri genitori avessero uno status migliore del proprio. E’ in aumento anche la quota di quelli che sostengono che nel corso della propria vita lo status sociale sia peggiorato. Purtroppo si deve registrare anche l’aumento della percezione che non siano influenti ai fini del cambiamento, né il merito, né la capacità individuale, ma la tendenza è di ritenere che quello che conta è la ricchezza dei propri genitori e i loro contatti.
Fortunatamente sono la maggioranza quelli che considerano importanti il livello di istruzione e il lavoro sodo.
Grazie all’indagine dell’Eurobarometro: “quanto è equa la vita nell’Ue secondo gli europei?” pubblicata recentemente su Fairness, inequality and inter-generational mobility, emerge uno specchio piuttosto equilibrato sulle impressioni dei cittadini italiani in merito alla giustezza della società e sulle opportunità offerte più o meno a tutti, nonchè sulla correttezza delle decisioni pubbliche. Più pessimisti e pervasi dal malcontento sono i cittadini rumeni, portoghesi, spagnoli, ciprioti, bulgari, croati e greci, tutti i meridionali d’Europa!

Anche la tendenza di ritenere che il sistema giudiziario sia equo, posiziona gli italiani con una percentuale più alta rispetto alla media europea.
In leggera flessione rispetto alla percentuale della media europea, si registra invece nel nostro Paese la valutazione delle decisioni politiche.

Rispetto alle opportunità che si hanno oggi in confronto a trenta anni fa, in Italia è presente una maggiore sfiducia rispetto alla media europea.

Ci si interroga se tra le cause del malessere, l’immigrazione e la globalizzazione siano elementi importanti. Dal 28% degli italiani, l’immigrazione è vista positivamente, contro una media europea che attesta tale percentuale al 39%. E’ invece proprio del 39 il valore percentuale degli italiani che pensano che il fenomeno migratorio non sia una cosa positiva, la media europea è invece attestata al 33%.

Questi valori lasciano pensare rispetto a quanto si evidenzia nell’opinione pubblica, che apparentemente sembrerebbe piuttosto sbilanciata verso un atteggiamento xenofobo, quando non addirittura razzista… E’ da considerare che l’avversione al fenomeno deriva per lo più dalle fasce mediobasse che già vivono una percezione di scarsa o assente possibilità di mobilità sociale. Il fenomeno è dovuto a politiche volte a spostare il focus verso questa tematica, piuttosto che su argomentazioni e problematiche reali del Paese, innescando così la cosiddetta “guerra tra poveri”. Ma in effetti il 28% di pareri positivi, corrisponde a poco più di un italiano su quattro!

I dati percentuali sono tuttavia sempre in movimento, attualmente non si può non tenere conto dell’effetto Salvini, non solo circoscritto ai nostri confini ma proprio sullo scenario europeo ed internazionale. Il crescente numero dei consensi trascina l’opinione pubblica e la conduce ad un pensiero comune che deve ostare all’immigrazione. Anche in tutta Europa e nell’America di Trump si ravvisa una componente forte di destra emergente, proprio in contrasto principalmente con l’immigrazione. La nuova politica di destra! La ricerca del “nemico” ha raggiunto il suo scopo!

Per quanto riguarda invece la globalizzazione il 38% degli italiani ritiene che essa sia una buona cosa, contro la media europea che registra un 47%. La globalizzazione è vista invece con sfavore dal 27% dei nostri connazionali. In Europa, i più ostili, sono i greci con il 51%.

Dall’indagine dell’Eurobarometro, sono le domande sulla percezione di ciò che sia importante per “andare avanti nella vita”, che evidenziano come siano mutate le opinioni sulla mobilità sociale. I dati percentuali naturalmente variano da Paese a Paese anche se la tendenza è piuttosto comune.
Un elemento importante dal punto di vista sociale è quello riferito al sesso, gli italiani, assieme ad ungheresi ed austriaci, sono quelli che considerano più vantaggioso essere uomini per andare avanti nella vita. Una considerazione questa che accoglie in se la consapevolezza di vivere in un mondo ancora troppo sessista o maschilista.

Gli italiani hanno di loro stessi una percezione della propria posizione sociale, molto bassa.
(vedi figura 3)
Nella scala sociale il 23% si vedono solo di un gradino più alti dei genitori, mentre il 36% si vede un gradino più alto dei propri nonni.
Per quanto riguarda invece l’istruzione, la percentuale di coloro che giudicano di averne superiore al proprio padre, è del 50% e della propria madre il 56%

 

Fonte: elaborazione Istituto Cattaneo su dati Eurobarometro.

 

Rispetto alla media europea dell’84% è dell’88% il valore della percezione diffusa di disuguaglianza degli italiani, che ritiengono le differenze di reddito tra i cittadini “troppo grandi”, inoltre l’89% di essi ritiene che “il Governo dovrebbe fare qualcosa per diminuire le differenze nei livelli di reddito”. (La media europea è dell’81%).

La percezione di un Paese fermo, di un immobilismo sociale deriva certamente dalle troppe incognite che gli italiani vivono quotidianamente, l’indebolimento dello Stato Sociale parallelamente ad una politica di “tagli” che hanno dominato il Paese negli ultimi trent’anni, hanno trascinato le classi mediobasse in una condizione peggiore e hanno scaturito l’aumento di cittadini con evidente fragilità sociale.
Si impone quindi un cambio di tendenza radicale, si deve privilegiare l’attenzione ai meno abbienti e consentire loro di raggiungere l’equilibrio pari al resto dei cittadini, affinchè questi, tornino ad essere consumatori e meno bisognosi di assistenzialismo.
L’autonomia individuale è il punto di partenza per la ricostruzione di società moderne, ma se manca un “welfare” sufficiente e si tagliano fuori fasce di popolazione, ci si ritroverà a dover contare i poveri ed a provvedere ad essi, in maniera più significativa.
L’indebolimento del tessuto sociale, provoca buchi irreparabili che difficilmente potranno poi successivamente essere “rattoppati”, è preferibile affrontare il problema dello sviluppo parallelo in tempi non sospetti e laddove si verificassero delle discrepanze, si deve intervenire con misure necessarie.
Una società moderna deve avere in cima ai propri obiettivi quello di garantire ad ogni cittadino, l’equità e la possibilità di crescita. Senza vincoli.