UN ASTRONAVE SULLA PRENESTINA

PAOLO BUTTURINI

Via Prenestina. Notte di un’estate che non vuole togliersi dai piedi. C’è una piazzola lunga e larga, sulla destra andando verso Sud-Est, fa da isola fra due corsie: la prima porta fuori città, l’altra muore in Tor De’ Schiavi.
Una mano impietosa ha sparso quattro panchine e una manciata di alberi che resistono alle polveri sottili, all’incuria pubblica e all’indecenza privata. Due collinette di cemento spezzano il piattume della pavimentazione, chissà che s’era fumato quello che le ha disegnate e soprattutto chissà cosa si era immaginato.
Un ragazzo di colore siede vicino a una delle collinette. Maglietta a rigoni verdi interrotti da striscioline bianche, andamento orizzontale entrambe, jeans puliti, scarpe linde, capelli corti e ordinati. Lo sguardo è fisso sullo smartphone, l’auricolare appeso all’orecchio. Sembra concentrato sullo schermo, la testa è china come oppressa da un peso invisibile.
Poco più in là, oltre la collinetta, un altro ragazzo, etnia caucasica, ha il telefonino appiccicato al lobo sinistro, parla con una voce fioca e tiene accavallate le gambe.
I camion saettano sulle corsie centrali, a quest’ora se lo possono permettere. Il rumore è continuo ma sopportabile, niente a che vedere con la baraonda delle ore diurne.
Una chiarore squarcia l’oscurità e un fragore terremotante azzittisce ogni altro suono. Un disco enorme, piatto e lucido proietta fasci di luce accecante. Un vento caldo inizia a turbinare sulla piazzola, mentre il coso ci si piazza sopra a una altezza di venti metri.
Un portellone si spalanca e una scala in plexiglas comincia la discesa verso il suolo accompagnata da una musica che sale velocemente di volume.
I ragazzi si sono alzati ma non riescono a muoversi, gli occhi puntati verso il disco, i telefonini abbandonati sulle panchine.
Jake “Joliet” Blues scende la scala col microfono in mano: “And I’m so glad we made it, so glad we made it / You got to gimme some lovin’, gimme, gimme some lovin”, Aretha Franklin segue e gli fa il controcanto. Un Tir inchioda al semaforo proprio mentre Aretha modula uno dei suoi acuti virtuosi. Stanno per posare il piede sulla piazzola ormai illuminata come il palco della sala Grande del Palace Hotel.
“Cazzo, passa sta canna e smettila di belare che sei pure stonato”