UNA TRAGEDIA SCONVOLGE IL CARCERE DI REBIBBIA, MAMMA LANCIA GIU’ DALLE SCALE I SUOI DUE FIGLI

DI RENATA BUONAIUTO

Che dei bambini vivano e crescano in carcere fa già tanta tristezza ma la tragedia avvenuta oggi a Rebibbia, lascia davvero sconvolti.
Una detenuta tedesca di 33 anni, stava portando i suoi bambini nella sala mensa del nido. Ha lasciato passare tutte le altre carcerate sulle scale e si è volutamente attardata per attuare il suo folle piano. Appena rimasta sola ha spinto giù il carrozzino con il piccolo di 4 mesi, l’impatto violentissimo ha impedito qualunque soccorso, poi la stessa sorte l’ha riservata al più grandicello, un bimbo di 2 anni. Fino ad un attimo prima lo teneva stretto per mano, una mano a cui il piccolo si affidava, da cui non immaginava potesse ricevere alcun male. La donna invece in quei minuti, in quegli attimi stava per attuare il più atroce dei tradimenti, uccidere il figlio a cui aveva regalato la vita.
Il bambino è stato trasportato in codice rosso al Bambin Gesù, le sue condizioni sono estremamente gravi si parla di danni cerebrali severi, è sottoposto a ventilazione meccanica e in attesa di un intervento neurochirurgico.
La donna estradata dalla Germania il 27 Agosto per traffico di droga, al momento è in isolamento, sembra fosse preoccupata per il loro futuro, dai colloqui trapelava un certo malessere ma evidentemente non tale da allertare il personale incaricato, non sembra infatti che soffrisse di particolari patologie né fisiche, né psichiche.
Cos’ha quindi scatenato questa furia omicida?
Forse un errore di valutazione da parte del personale, o un imprevedibile raptus o piuttosto un delitto pianificato e strutturato in maniera tanto perfetta da non destare alcun sospetto? E perché?
Il procuratore aggiunto Maria Monteleone, si è recata nel carcere per un sopralluogo, così come i Carabinieri del Nucleo Investigativo. Ha inizio adesso il tempo delle analisi, delle valutazioni di quell’imbarazzante ping pong sull’attribuzione di responsabilità perché queste cose non accadano mai più… mentre intanto accadono, e si piangono ancora piccoli innocenti, già privati della libertà e costretti a parcellizzare il loro tempo con la madre, unico punto di riferimento, in un sistema che vuole anche per loro, il rispetto di regole e di disciplina.
Forse per questa donna il dolore di vederli crescere in una prigione era diventato insopportabile, il distacco dalla sua terra aveva reso ancora più fragili i suoi pensieri, o temeva il distacco che allo scoccare dei tre anni o al massimo 6, sarebbe necessariamente arrivato. Non lo sapremo mai, ma mentre piangiamo un angioletto volato in un cielo che non aveva mai visto, se non dietro delle lugubri sbarre e mentre preghiamo perché un miracolo possa salvare il suo fratellino, abbiamo il dovere di riconoscere i nostri errori, la superficialità e l’incapacità di leggere i silenzi di chi ci vive accanto e di chi siamo chiamati a dover “accudire”.