IL KEYNESIANESIMO COME REATO

DI ALBERTO BENZONI

Anni fa, ai tempi della crisi bancaria americana, alcuni miei amici erano già pronti a mettere la bandiera alla finestra. Vedere i banchieri e i boss di Wall street passare con gli occhi bassi davanti a Obama e al Congresso (per tacere delle folle inferocite che sfilavano sotto le loro finestra) li riempiva di gioia. Anche perchè vedevano già sorgere all’orizzonte il sole anzi i due soli, uniti nella lotta, del keynesismo e del socialismo democratico.
Purtroppo per noi, si sbagliavano di grosso. Al punto che oggi, mentre stanno maturando nuove crisi sistemiche, il keynesismo e il socialismo mancheranno totalmente all’appuntamento: il primo perchè ha provveduto da solo a togliere il disturbo; il secondo perchè è stato bandito in nome dell'”economicamente corretto” (in parole e opere e intenzioni: anche se non ancora a livello di pensiero e di culto privato).
In quelle nostre illusioni c’era forse un difetto di cultura e di cultura storica in particolare. Ci eravamo dimenticati che, agli inizi degli anni trenta, le ricette del Nostro erano state (con l’eccezione degli stati scandinavi) violentemente contestate dai banchieri e dai capitalisti e totalmente incomprese dai socialisti: per essere applicate, da una parte, da Roosevelt, dall’altra, da Hitler, naturalmente in nome di progetti opposti (e questo vale anche per il sovranismo: si può essere sovranisti in nome del nazionalismo ma anche dell’internazionalismo…). E, soprattutto, ci siamo dimenticati che il grande compromesso dei primi decenni postbellici – sviluppo economico e produttivo, crescita dei diritti e riduzione delle disuguaglianze, ruolo centrale dello stato e della spesa pubblica – non erano, come il diamante, “per sempre”, ma il frutto di una particolare fase nello sviluppo del capitalismo.
Dagli Ottanta in poi, il capitalismo, insieme, globalizzato, finanziario e speculativo avrebbe vissuto ogni limite all’uso e al controllo delle sue risorse come un impaccio da cui liberarsi; al punto di considerare o irrrilevanti, o nemici da ridurre all’impotenza le istituzioni e le politiche che, sino ad allora, avevano concorso alla sua crescita. A partire dallo stato e dalla spesa pubblica.
Per questo il keynesianesimo è diventato un reato. E – vedi le dichiarazioni di Draghi – anche di opinione.
Ma, per dirla tutta, anche quella di Draghi è un opinione. Sta a noi condividerla, oppure contestarla. E contestarla possiamo; perchè non sta scritto da nessuna parte che il pensiero unico sia anche obbligatorio.