IN 21 PER UN OSCAR, IN POLE “SULLA MIA PELLE”

DI MARIO COCO

Il cinema italiano è poco produttivo? I registi italiani sono poco ambiziosi? Questo è quello che si dice ogni anno. Fatto sta che sono ben ventuno i nostri film che tra qualche giorno concorreranno alla prestigiosa candidatura agli Oscar.

Tra i titoli, di vari generi ed estrazioni cinematografiche, spiccano senz’altro “Dogman” di Matteo Garrone – già grande successo a Cannes e ai Nastri d’Argento, nonché consacrazione di Marcello Fonte e di Edoardo Pesce tra i maggiori divi nazionali – e “Come un gatto in tangenziale”, film amaro diretto da Riccardo Milani e scritto insieme alla moglie Paola Cortellesi, che ne è interprete al fianco di Antonio Albanese. Quasi misteriosa è l’assenza di Paolo Sorrentino, che con i due “Loro” ha confezionato due film talmente italiani da risultare i più internazionali della scorsa stagione.

Un’interessante novità è invece la presenza di una porzione notevole di film indipendenti e di genere. Infatti, oltre al film corale “The Place” di Paolo Genovese, a “Lazzaro Felice” di Alice Rohrwacher, a “Napoli Velata” di Ferzan Ozpetek, a “A casa tutti bene” di Gabriele Muccino e a “Nome di donna” di Marco Tullio Giordana, troviamo titoli “indie” furoreggianti come “La terra dell’abbastanza” dei fratelli D’Innocenzo, l’epopea colorata e psichedelica di “Riccardo va all’inferno” di Roberta Torre, il dramma “L’Esodo” di Ciro Formisano – interpretato con grazia da Daniela Poggi – e persino il giallo “La ragazza nella nebbia” di Donato Carrisi.

Ad attirare irrimediabilmente l’attenzione del pubblico e della critica è comunque il recentissimo “Sulla mia pelle” di Alessio Cremonini, avvincente film sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi, vero e proprio trionfo alla Mostra del Cinema di Venezia e opera apprezzata da un pubblico che, oltre ad abbonarsi a Netflix, affolla sempre più numeroso le sale, come testimoniano i “diari” fotografici scattati tra Milano e Roma da Roberta Pitrone, fidanzata del protagonista Alessandro Borghi, indiscusso pilastro di un  cinema che vuole forse far ritorno al rango della verità, della crudezza e della denuncia, lasciando alle spalle divismi e fotografie patinate.

Borghi è inflessibile, a tratti scultoreo, mai sopra le righe, eppure pregno di quella grinta e di quella forza psicologica che stanno portando migliaia e migliaia di spettatori a riflettere sull’asfissiante deserto sensibile che ci circonda. Un deserto in cui l’arte italiana continua ad andare avanti e i suoi manifattori continuano a sognare i tanto acclamati Oscar.