LA SCUOLA CHE VORREI, LA VITA CHE VORREI PER VOI. RAGAZZI MIEI

 

 

 

 

 

 

 

 

DI CLAUDIA PEPE

 

 

 

 

Ai bambini, ragazzi, ai miei studenti, quelli che vedo ogni giorno, vorrei insegnare i veri valori della vita, quei valori che la strada mi ha insegnato attraverso inaudite salite, quasi sempre non precedute da discese facili. Ai miei studenti vorrei insegnare a non guardare dietro le tende della loro vita, ma a scostarle e guardare fuori, aprirle e sognare di volare. Volare sopra tutte le convenzioni, l’ipocrisia, il falso buonismo, volare sopra al razzismo, insegnare loro a sfondare i muri, quelli costruiti per non farli godere di tutto l’orizzonte. Vorrei che rimanessero loro stessi, senza essere sagome già costruite da mani che non hanno mai obiettato. Mani che non si sono mai alzate per fermare questo mondo che antepone i propri interessi a quelli della collettività. Vorrei volare insieme a loro, per guardare dall’alto quello che succede nei loro occhi così abituati a essere bendati, svuotati dalla commozione, dal rispetto, dalla condivisione, dalla tenerezza. Vorrei riportarli nelle favole, quelle che ora non si raccontano più perché non c’è più tempo per le parole. E le parole fanno cose, ma spesso ce ne dimentichiamo. Vorrei curiosare nelle loro espressioni mentre guardano due persone che si amano anche se hanno un colore di pelle diverso, o occhi così puri, da non avvedersi che la gente li trasforma in eterni personaggi di un limbo irreale. Li porterei, volando, a salutare quel bambino dello Sri Lanka accusato ingiustamente di avere l’AIDS ed escluso da tutte le scuole, li farei disegnare insieme a lui su una spiaggia circondata dal sole. Vorrei che sentissero come è bello giocare a basket con persone che, quando sono nati, hanno imparato ad usare il loro sorriso più che le loro gambe. Li vorrei esploratori di libri, quelli che hanno quel sapore vero della magia dell’avventura, delle scoperte, della poesia, del colore. Li vorrei conquistatori di terre libere, incontaminate da manichini dipinti da essere umani. Li vorrei costruttori di un’Italia diversa, un’Italia che deve riprendersi la propria indipendenza da chi non dà opportunità e tolleranza. Li vorrei vedere contrapporsi, controbattere, contrastare, contraddire chi li vorrebbe già destinati ad un futuro che ha lo stesso sapore dell’amarezza. Li vorrei vedere combattere per il senso morale, quello che anima la nostra Costituzione così distrattamente dimenticata tra i libri che non si leggono più. Li vorrei vedere uniti ai deboli, ai poveri per risvegliare coscienze assopite dall’inerzia del perbenismo. Vorrei che comunicassero e discutessero per dare un senso alle loro domande, a quella ricerca che deve animare l’essere non declinandolo nell’avere. Abbiamo allontanato da noi quella verità sacra : il bambino è cultura, è sapienza, quella che si impara dai giochi, dalla creazione, dalla fantasia, sostituendo la loro intuizione con surrogati prodotti dalla fretta del non vivere. La cultura è dono e la Scuola deve essere il suo Tempio. Una Scuola dove si impara ad amare le proprie debolezze, le proprie sconfitte, a sentirle ed ascoltarle, non per delegittimare, ma per poterle trasformare in un’evoluzione della persona. E così poco alla volta supereranno i limiti apparenti, quelli che un sistema contro natura ha deciso di marchiare con matite rosse, voti inappellabili e giudizi senza scampo. Vorrei tanto nella Scuola dei miei ragazzi, il trionfo della pace e della non violenza, un cartello da non appendere come un quadro polveroso, ma un’ enorme parete dove possano scrivere l’Art.11 della nostra Costituzione:”L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo” Poterlo leggere ogni volta che i loro occhi vedono guerre intelligenti, bombe atomiche, donne ammazzate. Bambini abusati, delitti che popolano i pomeriggi in tante case. Quei pomeriggi assenti del baloccarsi nello svago, nella sana ricreazione, nei momenti di dialogo da spartire tra una partita di calcio e un gelato rubato alla primavera. Perché abbiamo fatto perdere ai nostri ragazzi il senso delle piccole cose, quelle che costruiscono l’apprendimento, il conoscere, la libertà, la comunicazione, la testimonianza. Vorrei difendere i miei ragazzi dalla paura, che si sta impadronendo di tutti, facendosene scudo per timore dell’altro, non sapendo che l’altro è parte di noi. Li difenderei dalle braccia, dagli occhi, dalle gambe sradicate dalla loro realtà. E soprattutto dal cervello dei conformisti. Vorrei una scuola empatica che partecipi ai diritti di tutti per difendere i ragazzi più fragili, una scuola che assomigli a quella cascina di Don Milani dove solo con l’amore si riusciva a scoprire la vita. Vorrei una scuola che possa mantenere il coraggio delle lacrime senza paura di apparire deboli. Vorrei che i nonni entrassero nelle nostre aule per ricordare il nostro passato che è presente e futuro. Vorrei far capir loro, che la paura è tutta la vita che non viviamo, in un pianeta abitato da miliardi di persone le cui dita sfiorano più cellulari che corpi. Vorrei uccidere per loro, questo modello di società noleggiata, perché è il solo modo di cambiarla oramai. Lo vorrei per i miei ragazzi, per i miei studenti, perché non abbiano una vita per la quale non hanno mai combattuto.