NON TUTTI I DAZI VENGONO PER NUOCERE: CONSUMI E CLASSI MEDIE IN CINA

DI ALBERTO TAROZZI

Non vogliamo certo affermare che le conseguenze della guerra dei dazi messa in atto da Trump contro Pechino possano essere assorbite dai cinesi con facilità e ribaltate in processi virtuosi.

E’ però sicuro che l’economia, specie quella internazionale, non è una scienza esatta e che operazioni apparentemente redditizie possono determinare effetti boomerang. Inoltre, è anche vero che l’economia di paesi sotto tiro può ritrovare al suo interno risorse latenti da cui può ricavare effetti benèfici. Senza esagerare, ovviamente. Negli anni 80 Andreatta e Ciampi sostennero che l’Italia, con la separazione Tesoro/Banca d’Italia, avrebbe dovuto sottostare a una sfida che l’avrebbe fatta divenire più virtuosa. La sfida ci fu, ma purtroppo la perdemmo in maniera rovinosa.

A Pechino pare, per il momento, che le cose stiano andando diversamente. Il dubbio è quanto mai opportuno perché la fonte dei dati, riferiti dalla rassegna stampa internazionale di Rai Radio 3, è il Quotidiano del popolo di Pechino cui non si può fare credito di assoluta imparzialità. Se riportiamo la cosa è però per il fatto che buona parte delle considerazioni dell’organo di stampa ufficiale della Cina, erano state anticipate poche settimane prima, in termini non molto diversi, da un analista occidentale che non può certo essere accusato di simpatie preconcette per gli eredi di Mao.

In agosto infatti Advisor on line aveva riportato un giudizio di Maarten-Jan Bakkum, senior strategist emerging markets di NN Investment Partners, secondo il quale le azioni messe in atto dalla Cina sono adeguate a mitigare i rischi per gli investitori. In particolare, afferma Maarten-Jan Bakkum, “Pechino sta facendo tutto il possibile per limitare eventuali danni al suo export, non aggravando inutilmente il conflitto con gli Stati Uniti e, ove possibile, intensificando le relazioni commerciali con l’Europa e altri paesi. Allo stesso tempo – prosegue – la Cina ha iniziato ad adottare misure per alimentare la sua economia interna, così da compensare i venti contrari esterni.”.

Questo non significa che le conseguenze a lungo termine di un’escalation delle tensioni sul commercio globale siano state messe sotto controllo. Significa però che Pechino sta cercando di provvedere per tempo a prevenire le conseguenze di una tempesta che potrebbe aggravare i problemi strutturali dell’economia cinese, quale la dipendenza dal credito.

Cosa fare dunque per consolidare la barca senza invertire la rotta? Sostegno alla domanda interna senza sfociare in eccessi di protezionismo e banche invitate a concedere prestiti più convenienti alle piccole e medie imprese e in particolare a finanziare investimenti green.

Le conseguenze peraltro, sarebbero coniugabili con quanto sta avvenendo già da un certo periodo di tempo, nella quasi totale ignoranza dei media occidentali. Quello che il Quotidiano del popolo definisce il rafforzamento della domanda interna si materializza infatti in forti acquisti di made in China: l’80% del totale di quanto viene consumato sul patrio suolo. Se i dazi ridurranno ancora di più gli acquisti di beni cinesi all’estero ci penseranno i cinesi ad acquistarli, anzi, ci stanno già pensando. In contemporanea, prestiti e sostegno alla produzione concorrono a rafforzare un fenomeno abbastanza originale nel così detto terzo mondo. Il consistente ampliamento di un ceto medio operoso e produttivo che quasi ovunque, altrove, è invece limitato a fasce ristrette della popolazione.

L’economia del dragone si fonda invece su 3-400 milioni di appartenenti alla classe media. Non significa certo eliminazione delle aree di povertà, ma è testimonianza di un dinamismo che esprime un elevato grado di preparazione dei cinesi alle sfide globali prossime venture.

Gli Usa sono avvertiti. La guerra dei dazi potrà causare dei danni a tutti, ma i cinesi stanno preparando per tempo le difese e in questi casi spesso le conseguenze più nocive ricadono su chi ha lanciato il boomerang, credendolo un normale sasso.