#ALZHEIMER, IL MORBO INVISIBILE CHE DISTRUGGE LA MEMORIA

DI CHIARA FARIGU

Le avevo preparato il tè, lo prendeva sempre volentieri prima di dedicarsi alle sue preghiere pomeridiane. Mi sedetti vicino a lei. Osservavo i lineamenti del suo viso, ancora delicato, ma coi segni evidenti del tempo. Improvvisamente mi prese la mano e, guardandomi con gli occhi velati da una leggera malinconia, mi chiese: “Ma io ti sono mamma o figlia”? Una stretta al cuore. Era la conferma di ciò che sospettavo. Quel morbo subdolo e maledetto si stava insinuando nel suo cervello. Stava distruggendo inesorabilmente i suoi ricordi. “Sono tua figlia ma se ti fa piacere, posso essere anche la tua mamma”, le risposi sperando di non ferirla. Gli occhi le si inumidirono. Mi sorrise. La sua stretta si allentò e tornò alle sue preghiere. La vidi piccola, indifesa e per la prima volta lontana. Un’inversione di ruoli che annichilisce, a cui non si è preparati. Lei, la quercia della famiglia, costretta a dipendere dai figli, o chi per loro, come una bambina.

Un morbo maledetto quello dell’Alzheimer, la malattia della terza età che prende il nome dal neurologo tedesco che nel 1907 ne descrisse i sintomi e gli aspetti neuropatologici.

Arriva quando meno te l’aspetti. Piccoli segnali che attribuiamo a stanchezza o allo stress e che pertanto sottovalutiamo. Chi non dimentica le chiavi o la lista della spesa preparata poco prima? E quante volte conserviamo degli oggetti nei posti sbagliati? Chi non ricorda il viso di una persona che magari non incontriamo da tempo? Capita a tutti, anche ai più giovani, perché preoccuparsi? I periodi di stanca sono dovuti alla routine frenetica che conduciamo. Ma quando le piccole dimenticanze diventano dei veri e propri vuoti di memoria è il segnale inequivocabile che qualcosa non va. Che il morbo si è già insinuato e si diverte a sparigliare le capacità mnemonico/attentive per arrivare, nelle forme più gravi, fino al punto in cui si dimenticano sempre più cose e persone, persino i familiari più stretti.

L’Alzheimer, chiamato comunemente demenza senile, colpisce circa il 5% delle persone con più di 60 anni, in Italia se ne contano oltre 1milione. Nel mondo sono circa 50 milioni e ogni 3 secondi una persona ne riceve la diagnosi. Dopo gli 80 anni ne è affetto un anziano su 4. La malattia aggredisce la memoria e le funzioni cognitive provocando nei pazienti una serie di difficoltà a cominciare dall’autonomia. Ai vuoti di memoria sempre più insistenti si associano stati confusionali e conseguenti disorientamenti spazio-temporali. Ci si chiude in se stessi, vittime di insicurezze e paure. Poco alla volta si è dipendenti come bambini. Anche il linguaggio dapprima fluido e vivace si fa lento, confuso e incerto, si perdono le parole, si ripetono le stesse domande. O si sta zitti a lungo perché i pensieri non affiorano, i ricordi si affievoliscono, fino a morire del tutto.

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Come diagnosticare il morbo di Alzheimer?

Attraverso esami clinici: del sangue, delle urine o del liquido spinale. Ai quali associare una Tac cerebrale per identificare ogni possibile segno di anormalità, e test neurologici per misurare la memoria, la capacità di risolvere problemi, il grado di attenzione, la capacità di contare e di dialogare.
Fondamentale come in altre malattie neuro-degenerative è la diagnosi precoce sia perché offre la possibilità di trattare alcuni sintomi della malattia, sia perché permette al paziente di pianificare il suo futuro, quando ancora è in grado di prendere decisioni.

Quali le terapie, se ci sono?

Purtroppo non esistono farmaci in grado di fermare e far regredire la malattia e tutti i trattamenti disponibili puntano a contenerne i sintomi, quali gli stati d’ansia, l’insonnia o la depressione. Questo perché, ancora oggi, gli scienziati stanno cercando di comprendere appieno la causa o le cause di questa patologia. Di certo c’è che il morbo è caratterizzato da un accumulo di proteine nel cervello, la “beta-amiloide e la “tau” che rilasciano placche e grovigli che si vanno a depositare negli spazi delle cellule nervose. Un recente studio italiano ha ipotizzato una correlazione diretta tra Alzheimer e alcuni microbi intestinali che causerebbero una serie di alterazioni di tipo infiammatorio. Ipotesi però che necessitano di studi e verifiche anche perché vanno a cozzare con l’origine infettiva del morbo, decisamente negata da una parte degli esperti. L’ultimo studio, pubblicato sul BMJ, punta il dito sullo smog: vivere nelle aree cittadine urbane più inquinate aumenta del 40% il rischio di demenza rispetto all’abitare in aree urbane poco trafficate. Studi che confermano quanto ci sia ancora da fare e da scoprire su questa malattia. 
Tra i vari trattamenti non farmacologici, la terapia di orientamento alla realtà, ROT, che si basa su stimoli di tipo verbale, visivo, scritto e musicale, sembra dare qualche aiuto ai malati di Alzheimer. Aiuti, appunto, solo per alleviare alcuni sintomi ma che non risolvono né tanto meno arrestano lo stato degenerativo conclamato della malattia.

Bisogna avere cura del cervello, si sostiene. Mantenendolo in efficienza ma senza sovraccaricarlo, in modo da favorire la sua plasticità, cioè la sua capacità di rigenerazione.
Una malattia per molti versi ancora tutta da scoprire e soprattutto da curare. Ma le speranze, lo abbiamo detto vengono riposte nella prevenzione. Una malattia, divenuta una sfida sanitaria irrinunciabile, visti anche i numeri, già consistenti, e destinati a crescere per il progressivo aumento della vita.

Oggi, 21 settembre, in occasione della giornata mondiale tante le iniziative messe in campo. All’insegna dell’hashtag #Every3second, molte città hanno attivato screening gratuiti, convegni e presentazione di libri. Informare per mantenere desta l’attenzione.
Anche se, passare dalle speranze alla realtà concreta di cura rimane un obiettivo irrinunciabile