L’ATTESA IN OSPEDALE SI FA LUNGA PER COLPA DI UN “NEGRO”

DI RENATA BUONAIUTO

Chiedo scusa, a nome dei concittadini sconosciuti ma intolleranti nei riguardi del paziente. Mi vergogno profondamente. Tutti i nostri pazienti, e sottolineo, indistintamente tutti, sono amorevolmente trattati e supportati, poiché questo comportamento nelle cure palliative è indispensabile. 
Pur sentendo in tutta Italia, di comportamenti intolleranti e discriminanti, mi ero illusa che nel nostro ambulatorio, proprio a causa della delicatezza delle patologie trattate, l’animo umano fosse più compassionevole verso l’altrui persona”.

Si, purtroppo la dottoressa Maria Cristina Deidda, si era illusa che un po’ di umanità potesse far capolino dinanzi a situazioni tanto dolorose, ma evidentemente non è stato così.
La Deidda è un medico specialista in oncologia e cure palliative dell’Ospedale San Giovanni di Dio, a Cagliari. Come tutti i giorni è presso l’ambulatorio, uno dei suoi pazienti, un senegalese ha bisogno di eseguire alcuni accertamenti specialistici, è stata proprio lei a richiederli e si premura di accompagnare e seguire il suo assistito. Nella sala d’attesa, quattro accompagnatori di altrettanti ammalati cominciano a spazientirsi, l’attesa è eccessiva, si diffondono commenti razzisti, fino alla frase più miserabile, squallida, irripetibile. “Tutto per colpa di un negro”.
La Deidda non ci sta, e tornata a casa utilizza facebook per sfogare la sua delusione, rabbia. In poche ore la bacheca è inondata di messaggi, il post viene rimosso. Ma la delusione resta, ed è tanta.
“Io e le mie infermiere, abbiamo fatto, molti anni addietro, il giuramento di assistere chiunque ne avesse bisogno, senza discriminante di razza, sesso, religione, ideologia politica.”
Un giuramento che la dottoressa Deidda, porta giorno dopo giorno avanti. Una missione non semplice, dove respira il dolore, la sofferenza, la paura, la morte. Odori ed emozioni che diventano parte della sua vita e che immagina debbano essere condivisi ancor di più da quanti in quelle sale, in quelle corsie, accompagnano i propri cari. Immagina che la solidarietà, sia il sentimento predominante fra quanti ogni giorno leggono il dolore sui volti di chi gli vive accanto. Il razzismo credeva non potesse infiltrarsi fra quelle pareti, non attraversasse quelle porte.
Credeva, ma non era così!
Il colore della pelle, per quelle quattro persone, rendeva il suo “male” diverso. Il suo essere “Negro”, lo differenziava a tal punto da non dover essere curato, assistito, come gli altri. Chissà, forse non doveva nemmeno entrare in quell’ambulatorio, destinato solo alla “sofferenza dei bianchi”. Perché un nero non soffre, non piange, non ha paura…e se muore era solo, uno “sporco negro”.
Bene mi vergogno anch’io di ascoltare simili squallide ed offensive parole. Io che in un ospedale ci sono stata, in quei reparti che mettono paura solo a sentirne il nome ma nei quali ho trovato umanità, solidarietà, complicità e dove i piccoli pazienti di differenti nazionalità, che arrivavano spaventati più dei nostri, perché anche le parole per loro erano un ostacolo insormontabile, venivano coccolati, abbracciati e seguiti con indescrivibile amore.
Sono certa che il paziente senegalese saprà perdonare la stupidità di certi “bianchi” e continuerà a farsi “accompagnare” in questo doloroso cammino dagli “Angeli” del San Giovanni di Dio e dalla sua fidata dottoressa Deidda.
Un po’ più difficile sarà per noi, continuare a guardarci negli occhi e non provare vergogna di essere “bianchi”.