DATEMI LE PAROLE. LETTERA APERTA AI RAGAZZI SENZA FUTURO

DI CLAUDIA PEPE

Datemi voi le parole quest’anno per parlare ai miei figli, ai miei ragazzi, alle mie lotte e alla mia rabbia. Datemi le parole per farli credere che non è tutto finito, tutto già deciso, ma che anche loro avranno la possibilità di sentirsi uomini, e non uomini già vinti. Datemi le parole per levare dal loro viso la maschera della vecchiaia, rughe già segnate, occhi che non sanno cosa scoprire. In un mondo che li schiva e li schiaccia dentro un sistema dove la loro presenza non è obbligatoria. Datemi le parole per giustificare ogni giorno la loro precarietà, il senso della loro vita, senza parlare di provvidenza o di sogni, inutili sofferenze ad ogni “no” ricevuto. Datemi le parole quando mi chiedono del loro nome perduto nelle tante liste di requisiti che non hanno nulla a che vedere con il loro desiderio, e datemi le parole per spiegare che tutto il loro studio, tutta la loro passione e tutto quello a cui avevano aspirato non c’è. Devo dir loro che se lo sono rubati, insieme al loro nome e al loro destino miope tra la verità e la menzogna, l’onestà intellettuale e il pressappochismo. Vittime sacrificate all’incapacità politica, alla bieca omissione di metterli in salvo. Datemi le parole necessarie per spiegare che anche se lavorano da precari e non vengono pagati da mesi, o se arrivano pochi stipendi e sono assegnati a sorte, non è colpa loro. Non è quello che sognavano nei loro sogni tranquilli durante la loro gioventù. Quel tempo non si avvererà mai, perché qualcuno l’ha distrutto mentre loro giocavano a fare i ragazzi. Datemi le parole per dire che non siamo tutti uguali, e che la giustizia guarda in faccia le persone. Hanno avuto la sorte di essere stati educati per un mondo che non c’è, in cui la loro famiglia continua a lottare con le mani piagate dal gelo della mattina, e la schiena curva su un percorso ancora vacillante. Datemi le parole per ascoltare i loro silenzi che sono pesanti come tutte le certezze che abbiamo regalato, non tenendo conto che forse eravamo attori di una vita schizofrenica, sorda e cieca, malata di bellezza. Datemi la forza delle parole quando i loro occhi non riescono a volgere lo sguardo in alto, perché chinano il capo davanti ad una porta sbattuta. Datemi le parole per dire che la partita non è finita e la loro gioventù non è stata venduta, che non abbiamo combattuto abbastanza perché la loro dignità insieme alla nostra fosse calpestata. Datemi le parole per farmi tacere, per non immaginare, per non lottare e per non farli amare. Ma dopotutto ho ancora voglia e tempo per dir loro che il sogno di tutti i reazionari è ridurre il grado di istruzione, perché gli ignoranti si controllano meglio, per dire che questa lunga nottata può sembrare buia ma forse proprio perché non abbiamo certezze, solo noi possiamo disegnare un senso a quello che non si vede, e che lo sbaglio più grande è credere che negli altri ci sia la visione di noi stessi.
Ma le parole, forse, Pirandello me le aveva già date quando scrisse :

” E l’amore guardò il tempo e rise, perché sapeva di non averne bisogno. Finse di morire per un giorno, e di rifiorire alla sera, senza leggi da rispettare. Si addormentò in un angolo di cuore per un tempo che non esisteva. Fuggì senza allontanarsi, ritornò senza essere partito, il tempo moriva e lui restava.
E io resterò vicino a loro senza parole, ma con tutto il tempo per ascoltare le loro