TRIPOLI, UNA CITTA’ ALLO SBANDO. ULTIME CARTE DA GIOCARE IN LIBIA PER L’ITALIA

  • DI ALBERTO TAROZZI

Si dovrebbe tenere in Sicilia a metà novembre la conferenza internazionale sulla Libia.
Il condizionale è d’obbligo perché il generale Haftar uomo forte della Cirenaica ha apertamente fatto capire che se la conferenza non presenterà un ordine del giorno adeguato alle sue aspettative è pronto a marciare su Tripoli e a cacciare con la forza il sempre più traballante governo ufficiale di Serraj. Ne seguirebbero di lì a poco, elezioni volute dal sostenitore di Haftar, Emmanuel Macron e la totale sconfitta della rete di interessi che fanno capo al nostro paese.

A seguire un certo filo di ragionamento che ci lascerebbe pochi spazi di sopravvivenza andrebbe aggiunto che la rappresentanza diplomatica dell’Italia in terra libica sembra ridotta ai minimi termini: l’ambasciatore Perrone dimissionario e il capo dei nostri servizi segreti all’estero Manenti, in scadenza di mandato. Tanto che il ministro degli esteri Moavero parrebbe rivolgersi ad Haftar come al futuro padrone della situazione, al fine di salvaguardare qualche residua briciola dei nostri residui interessi in terra libica, anziché procedere con la linea più conflittuale con Bengasi sostenuta in passato da Perrone nemico giurato di Haftar.

Partita chiusa dunque, per l’Italia? Senza volere ostentare un ottimismo del tutto fuori luogo, vanno però sottolineati, nell’immenso caos presente in quel paese, diversi elementi che non fanno pensare a una partita definitivamente chiusa per gli interessi italiani. Quanto meno, se Roma piange, non è nemmeno lecito dire che Parigi e compagnia possano cantare vittoria.

Cominciamo col vedere quanto succede a Tripoli. Stando ai reportage del corrispondente del Corsera, Lorenzo Cremonesi, di sicuro Serraj ha perso il controllo della situazione.Secondo De Giovannangeli di Huffington post sia lui che il rappresentante Onu nemmeno possono uscire di casa per andare a una riunione elle Nazioni unite. Non si può nemmeno parlare di un fronte che avanza e di uno che si ritrae, ma di scontro casa per casa per la conquista di territori che diano ricchezza alla brigata (leggi tribu) che di volta in volta se ne appropria. Si tratti di quelli di Misurata, di ex amici di Serraj che sono diventati suoi oppositori, dei suoi oppositori storici oppure di chi dichiara ancora di stare con lui ma potrebbe passare dall’altra parte nel giro di poche ore.

I business di cui impossessarsi li conosciamo: tratta dei migranti, petrolio, cui si aggiunge una molteplicità di più o meno piccoli poteri locali conquistati e persi a suon di morti, militari e civili. Situazione dunque ingovernabile per Serraj, ma chi garantisce a chiunque, Haftar compreso, che una volta arrivato a Tripoli sarà in grado di tenere la situazione sotto controllo senza l’aiuto di qualcuno esperto nelle relazioni tra i gruppi tribali e le relative brigate, oltre che capace di tracciare le linee di qualche forma di compromesso?

Passiamo allo scenario delle prossime elezioni, che tanto per cominciare non avverranno in dicembre come piaceva a Macron, ma quando l’Onu, se ne avrà i poteri, le riterrà praticabili. Sicuro che un trionfo della linea di Haftar possa costituire il preludio a un paese governabile? Lo stesso Haftar ha colto il problema e prova a presentarsi super partes rispetto allo scontro tra bande che avviene a Tripoli. Non sarà il caso che Serraj sia messo in condizione di non nuocere più con le buone (incarico di prestigio all’estero) che con le cattive (farlo fuori potrebbe prolungare una insostenibile scia di sangue).

E ancora, viene data per certa la presenza di detenuti Isis nelle carceri di Tripoli, ma anche di alcuni gruppi in libertà, che stanno mettendo a ferro e fuoco le strutture petrolifere, oltre che torturare donne e bambini, come denuncia Unhcr. Si placheranno grazie all’arrivo di Haftar? Oppure si renderà necessaria una concertazione tra i gruppi ostili agli integralisti, che potrebbe portare alla vittoria elettorale altri personaggi, oltre tutto più graditi all’Italia come quel figlio di Gheddafi Saif al Islam (nella foto) cui ha fatto riferimento l’esperta di Libia Michela Mercuri in un’intervista a formiche.net .

Resta il fatto che chi, come l’Italia, aveva fin qui puntato su un cavallo zoppo come Serraj, vale a dire le Nazioni unite e gli Usa, e che finora si era tenuto in disparte, sembra adesso maggiormente interessato alla partita in corso. Di più. E’ scattata una concertazione tra Onu e Usa: da un lato l’Onu ha sostenuto il rinvio delle elezioni volute da Macron, dando spazio alla Conferenza da tenere a Sciacca e dall’altro ha nominato una vice del gruppo di lavoro sulla Libia (Unismil) nella persona della statunitense Stephanie Williams che sembra mostrare un piglio maggiore dell‘attuale presidente libanese Salame (i maligni dicono che ci voglia poco).

Maggiore influenza, nel processo di riappacificazione potrebbe inoltre manifestare l’Eni che, a sette anni dalla vittoria dei francesi, mantiene ancora sotto controllo la produzione del petrolio libico dieci volte più della francese Total. E quando dici Total dici Macron, il nostro principale nemico, alleato di Haftar, come ribadiscono a più riprese esperti come Ennio Remondino e Fulvio Scaglione. Forte sì, ma non tanto da avere messo pienamente a frutto la vittoria militare del 2011.

Maggiore rilevanza potrebbero allora avere in un eventuale turbolento dopoguerra, le buone relazioni dell’Italia con Egitto ed Emirati, che su Haftar puntano come Parigi e forse in concorrenza con essa.
E infine, qualora vedesse prorogato il suo ruolo di capo dei nostri servizi segreti all’estero, raccontano i bene informati che il nostro Manenti potrebbe far pesare i suoi ottimi rapporti coi servizi segreti di oltre oceano.
La situazione, per l’Italia, rimane tutt’altro che luminosa, come ha avuto più volte modo di rilevare un esperto come Alberto Negri, ma le carte ancora da giocare non mancherebbero. E soprattutto non appare in discesa il percorso della Francia, nostro principale competitor.