BRUCE SPRINGSTEEN 1981-1985

DI ALBERTO CRESPI

Ho fatto qualche ora fa un post per augurare buon compleanno al Boss. Un mio giovane contatto qui su Facebook, Guglielmo Latini, mi chiede di raccontare a chi non c’era i concerti di Zurigo 1981 e Milano 1985 (il primo show in Italia). Gli ho risposto che ci vorrebbe un libro – e per altro di entrambi quei concerti scrissi, a suo tempo sull’Unità. Ma ci provo, anche perché mi commuove che una richiesta del genere arrivi da un giovane nato nel 1986, l’anno in cui Bruce cominciò a farci incazzare pubblicando un quintuplo live che è forse il suo disco più controverso fra gli appassionati (perché non valeva nemmeno un decimo dei migliori bootleg che già allora erano acquistabili, a cominciare dal meraviglioso “Live in the Promised Land” al quale tutti ci eravamo abbeverati).

E’ difficile trasportarsi in quei tempi, e ricordare per esempio che prima della tournée di “The River” (1980-81) Springsteen era venuto in Europa una sola volta, in Inghilterra, per i concerti promozionali di “Born to Run”. Poi ci furono i tre anni di silenzio discografico conseguenti alla causa con il manager Mike Appel, e l’uscita di “Darkness” che era stato promosso con un tour esclusivamente americano. In Italia, tra i fans, circolavano le tipiche leggende dell’epoca pre-internet: show di 4 ore, bis in cui la E Street Band eseguiva a suon di cover tutta la storia del rock’n’roll, versioni di pezzi (soprattutto “Backstreets” e “Rosalita”) che duravano un quarto d’ora… Insomma, era già assolutamente chiaro a tutti che il Boss dal vivo era un’altra storia rispetto ai dischi, e non vedevamo l’ora.

Per “The River” venne in Europa ma non in Italia. La data più vicina era Zurigo. Io avevo 23 anni. Comprai un biglietto comprensivo di viaggio in pullman da una società di Modena, mi pare di ricordare. Il pullman partiva dalla Stazione Centrale di Milano, dove allora abitavo. Arrivammo all’Hallenstadion di Zurigo verso metà pomeriggio. C’erano molti più italiani che svizzeri. Lo show iniziava alle 19. Ricordo come fosse ora – lo scrissi anche sul giornale – che alle 19.03 il pubblico svizzero cominciò a ululare. Alle 19.10 si spensero le luci e uno spot illuminò Bruce, da solo, in mezzo al palco. Le prime parole furono “Early in the morning, factory whistle blows…”: aprì il concerto con “Factory” cantando la prima strofa a cappella, da solo. Poi, dopo quel refrain così struggente – “…it’s the working, the working just the working life…” – le luci esplosero e la E Street Band partì come un treno. Ero in quarta fila e il basso di Garry W. Tallent sembrava mi dovesse sfondare le costole. Senza fermarsi, la band passò da “Factory” a “Prove It All Night” e lì vidi una cosa che non avevo mai visto prima: mezzo Hallenstadion si alzò dai posti a sedere e si fiondò verso il palco! Per vedere qualcosa, ci alzammo tutti in piedi sulla seggiolina di plastica e vedemmo tutto il concerto così.

Questa fu la scaletta, che ritrovo nel sito www.setlist.fm.
Primo set:
Factory / Prove It All Night / Out in the Street tutte di seguito, poi Tenth Avenue Freeze-Out, Darkness on the Edge of Town,
Independence Day, Who’ll Stop the Rain (Creedence Clearwater Revival cover), Two Hearts, The Promised Land, This Land Is Your Land (Woody Guthrie cover). The River, Badlands. Thunder Road.
secondo set:
Cadillac Ranch, Sherry Darling (con la ragazza fatta salire sul palco per ballare), Hungry Heart, Fire (canzone allora non incisa), You Can Look (But You Better Not Touch), Wreck on the Highway, Racing in the Street, Backstreets, Ramrod, Rosalita (Come Out Tonight) con presentazione della band.
Bis:
Born to Run, Detroit Medley (4 pezzi di Mitch Ryder messi uno dentro l’altro), Rockin’ All Over the World (cover di John Fogerty).

Il pullman partì nella notte e arrivò a Milano verso le 5 di mattina. Lungo il viaggio un tizio che aveva inciso il concerto su un mangianastri ce lo fece riascoltare tutto. Nessuno dormì. Eravamo esausti ma euforici come John Belushi quando vede “la luce”. All’alba, andai a casa, scrissi il pezzo per l’Unità (credo sinceramente sia stato il primo pezzo su Bruce apparso su un quotidiano “politico”) e poi andai a letto. Mi venne un febbrone che durò tre giorni. Quando guarii ero uno “springsteeniano” fervente.

Passarono gli anni.

Dopo “The River” il “futuro del rock’n’roll” ci stupì tutti quanti andando nel passato, riesumando Woody Guthrie e tutti gli oscuri cantori dell’America in bianco e nero. “Nebraska” fu una sorpresa e un’illuminazione a posteriori. All’inizio degli anni ’80, andare alle radici del folk era una scelta estrema. Poi nel 1984 uscì “Born in the USA” e tutti noi springsteeniani ci sentimmo usurpati perché Bruce diventò un fenomeno globale. Tutti lo ascoltavano e noi soffrivamo come amanti traditi. Non di meno l’annuncio del primo concerto italiano fu un evento. Comprai due biglietti perché, mi pare, un amico doveva venire con me: poi quello rinunciò e io feci un regalo, credo bello, al collega dell’Unità Fabio Malagnini che venne a San Siro con me.

Ora, dovete capirmi: San Siro! Allora, ogni tanto, lo usavano per i concerti. Qualche anno prima l’aveva riempito Bob Marley e si sentiva ancora l’odore delle canne. Ma San Siro era casa nostra! Interisti e milanisti per una volta uniti nel nome del rock’n’roll. Bruce cantò sotto la Nord, la curva dell’Inter: il palco “copriva” la porta dove Jair aveva beffato Costa Pereira segnando il gol dell’1-0 nella finale di Coppa dei Campioni del 1965. Io e Fabio eravamo nei distinti sotto la Sud, la curva del Milan, proprio davanti al palco. Guardate la foto qui sotto: c’è gente anche nei popolari DIETRO il palco, in più il prato è stracolmo: eravamo veramente 80.000 perché Bruce aveva sfondato, era un artista planetario. Il concerto iniziò con la luce del giorno. Questa la scaletta, dallo stesso sito di prima.

Primo set:
Born in the U.S.A., Badlands, Out in the Street, Johnny 99, Atlantic City, The River, Working on the Highway, Trapped (Jimmy Cliff cover), Prove It All Night, Glory Days, The Promised Land, My Hometown, Thunder Road

Secondo set:
Cover Me, Dancing in the Dark, Hungry Heart, Cadillac Ranch, Downbound Train, I’m on Fire, Because the Night, Backstreets,
Rosalita (Come Out Tonight)

Bis:
Can’t Help Falling in Love (Elvis Presley cover), Born to Run, Bobby Jean, Ramrod, Twist and Shout, Do You Love Me?,
Rockin’ All Over the World

L’attacco con “Born in the USA” fu travolgente: non tutti amavano quella canzone, ma sentirla in uno stadio, con 80.000 persone che la cantano alzando il pugno chiuso, fu ed è ancora incredibile. Ma dove il concerto “svoltò” fu su “Thunder Road”. L’ho scritto allora, l’ho raccontato tante volte: fin dal 1975 Bruce, su questo pezzo, aveva l’abitudine di smettere a un certo punto di cantare e di lasciare che fosse il pubblico a intonare questi versi: “show a little faith, there’s magic in the night, you ain’t a beauty but hey you’e all right”… quella sera stava per cantarli lui, perché non credeva che noi italiani li conoscessimo, ma in quell’istante 80.000 persone lo anticiparono, li intonarono e lui rimase di stucco! Ci fece cantare, disse “hey, you sing better than me” e poi ripartì, “you can ride ‘neath your cover and study your pain…”. Credo che in quel momento Bruce abbia capito che l’Italia lo amava e lo conosceva come l’Inghilterra e l’America, e da allora è tornato tante volte e ha persino imparato qualche parola in italiano. E’ successo a San Siro, lo stadio dei (miei) sogni!