GIORNALISTA UCCISO IN MESSICO, EMERGENZA PER LA LIBERTA’ DI STAMPA

DI FRANCESCA CAPELLI

Ucciso sulla porta di casa da colpi di pistola sparati a bruciapelo. È morto così, venerdì scorso, assassinato da un commando composto da due persone, il giornalista messicano Mario Gómez (nella foto), 40 anni, cronista del Heraldo de Chiapas. Lascia una moglie e un figlio di sette anni. I due assassini sarebbero scappati indisturbati.
Secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj), organizzazione fondata nel 1981 negli Usa, Gómez è il nono giornalista assassinato in Messico dall’inizio dell’anno a oggi. Mentre altri 21 risultano desaparecidos, secondo i dati di Reporters sans frontières. In quasi tutti i casi di scomparsa, i giornalisti stavano lavorando a inchieste su casi di corruzione.
Da tre anni, la zona del Chiapas dove viveva e lavorava era diventata sempre più pericolosa per la presenza di bande armate legate a gruppi di potere.
Un collega e amico di Gómez, Isaín Mandujano, ha lanciato un twitter sostenendo che il giornalista aveva presentato una denuncia per minacce di morte di cui era vittima da molte settimane. Secondo la moglie, la polizia e il pubblico ministero che si stavano occupando delle indagini non hanno fatto abbastanza per risalire all’origine delle minacce.
Non è un caso che questa ennesima morte sia coincisa con l’apertura del convegno “Giornalismo, giornalisti e violenza criminale in Messico”. Negli ultimi 18 anni sono stati ben 148 i giornalisti assassinati, di cui 14 donne, e 21 i desaparecidos. Di questi omicidi, ben 45 sono avvenuti durante il mandato di Enrique Pena Nieto (2012-2018), al quale da pochi mesi è succeduto Andrés Manuel López Obrador, leader della sinistra (www.alganews.it/…/miracolo-messicano-obrador-presidente-di-…).
Crimini che hanno effetti negativi sulla libertà di stampa, dal momento che inducono i giornalisti a non parlare di argomenti come corruzione e narcotraffico. I giornali stessi scoraggiano chi vuole farlo. Dal 2011 esiste una sezione speciale del tribunale che si dedicata perseguire reati legati alla libertà di espressione, ma con scarso successo.
I giornalisti non sono gli unici nel mirino della criminalità organizzata. Nel 2016, Gisela Mota, 33 anni, neosindaca di Temixco, nello stato di Morelos, è stata uccisa a 24 ore dal suo insediamento per aver sfidato il narcotraffico e aver basato la sua campagna elettorale sulla lotta alla criminalità organizzata. Anche nel suo caso, un commando di sicari l’ha freddata davanti alla porta di casa. Morelos è uno degli stati con il più alto tasso di omicidi del Messico, dopo Guerrero, Sinaloa e Chiapas, dove viveva Mario Gómez e dove la violenza della criminalità organizzata si intreccia a quella istituzionale contro le popolazioni native di origine maya.
Risale invece al 2014 il sequestro e la desaparición nello stato di Guerrero di ben 43 studenti universitari normalistas, che si stavano preparando a diventare maestri. Secondo l’accusa della procura, sono stati catturati dalla polizia per ordine di un sindaco locale, consegnati al una banda di narcotrafficanti e uccisi. Anche in questo caso, il crimine si è coperto di forti aspetti simbolici: fermare la circolazione del sapere, inteso come strumento di promozione sociale e di diffusione di una cultura della legalità.
“Il giornalismo in Messico, come mestiere ‘esercitabile’, sta attraversando il periodo più difficile di sempre”, dice Olga Villegas, giornalista e titolare dello studio di design e comunicazione Toro Pinto a Guadalajara, nello stato di Jalisco. “I rischi legati alla criminalità organizzata sono uno dei motivi per cui molti hanno smesso informare su questi temi. Le minacce e le intimidazioni sono continue, senza che lo stato fornisca nessun tipo di appoggio efficace, proprio come accaduto nel caso di Mario Gómez, per il quale la protezione temporanea, fornita dopo le denunce, non è risultata sufficiente. Ci troviamo davanti a istituzioni federali e statali la cui autorità è ridotta a cause della situazione atroce e complessa che vive il nostro paese”.