CASO TOFFA:MALATTIA E DOLORE, FATTI PERSONALI.COMPRENDERE, NON GIUDICARE

DI ANNA LISA MINUTILLO

Non è affatto semplice ritrovarsi a combattere qualcosa come la malattia che se ne sta lì, silente, agendo indisturbata.
Spesso quando viene diagnosticata ha già svolto “buona parte del suo lavoro”, si palesa lasciando il corpo che ha occupato attonito, pieno di incertezza e dolore.
Inevitabilmente la vita condotta fino a quel momento deve cambiare, ci saranno le visite, i consulti, le terapie da seguire, quelle che trasformano il tuo fisico, che ti privano della femminilità, che ti graffiano l’anima.
Si dovranno cambiare i ritmi sostenuti, l’alimentazione, si dovrà rinunciare al lavoro, al tempo libero, il rapporto tra la quantità delle cose da fare rispetto alla qualità, muterà.
Gli amici quelli veri, resteranno al tuo fianco, le conoscenze si riveleranno tali e si defileranno.
La famiglia sarà sempre lì, al fianco di chi lotta e si aggrappa alla vita, volendo continuare a viverla, senza far mancare calore, accoglienza, supporto, sprone.
Situazioni che un po’ si assomigliano tutte, a cambiare è il modo in cui verranno vissute.
Ci sarà chi si isolerà come fanno gli animali feriti o qualche attimo prima di morire, per non dare dolore a chi gli vuole bene, per non farsi vedere debole, o forse solo per somatizzare ciò che gli sta accadendo.
Ci sarà chi si tufferà completamente nella sua occupazione, per distrarsi, per non cambiare ciò che è stato.
Ci sarà anche chi cambierà carattere, diventando cattivo e spigoloso, intrattabile e rifiuterà quell’ombra di pietà che coglierà negli sguardi di chi li ha sempre ritenuti imbattibili.
Ci sarà chi diventerà introverso, silenzioso, e vedrà nell’introspezione il modo esatto per cercare di comprendere ciò che gli sta accadendo.
Qualcuno sceglierà di dedicarsi agli altri, facendo volontariato, creando occasioni di incontro, raccontando della propria esperienza, per aiutare aiutandosi.
Ci sarà chi si documenterà, per cercare di conoscere il nemico da combattere, i sistemi da utilizzare per poterlo fare al meglio.
Alcuni si renderanno conto di avere più tempo a disposizione per se stessi e forse vedranno proprio in quella riconquista del loro tempo l’occasione per utilizzarlo al meglio.
Qualcuno si nasconderà, quasi come se essere ammalati fosse una “colpa “, altri invece cercheranno proprio nel parlare di ciò che gli sta accadendo, nella condivisione di momenti così personali, così intimi, la valvola di sfogo, ma anche il modo per aiutare chi si dovesse ritrovare nella stessa non voluta condizione.
Alcuni decideranno anche di non curarsi e di lasciare tutto e tutti per poter guardare il mondo, visitarlo, catturarne colori e profumi, guardarlo così forte fino a farsi bruciare gli occhi dalla meraviglia.
Per qualcuno la malattia diventa quasi assurdamente, un dono, qualcosa che ha fatto comprendere che ci si stava dimenticando della propria vita, qualcosa che permette di tornare a guardare alle piccole cose con lo stesso stupore ed incanto che albergava negli occhi quando si era bambini.
Ognuno si pone in modo differente al cospetto della malattia, ma non solo.
Dimentichiamo poi che ognuno ha un suo credo nella vita e che magari per altre religioni parlare di dono vuol rappresentare proprio questo: il tornare in armonia con se stessi e con la propria vita e il poterlo condividere con gli altri.
Ci sarà chi giudicherà sempre, siamo fatti così: tutti pensiamo di sapere tutto, soprattutto degli altri, ma spesso e troppo spesso non conosciamo neanche noi stessi.
Giudichiamo perché è più semplice così? Spostiamo l’angolo di osservazione per non vedere quanto di irrisolto e di poco osservato ma anche di poco osservabile alberga in noi.
Persone di cui nulla sappiamo, persone che svolgono professioni che le espongono al pubblico.
Pubblico mai contento, pubblico che morbosamente va alla ricerca del gossip del momento ma che è impreparato quando a fare gossip parlando di ciò che sta vivendo è proprio il diretto interessato.
La superficialità dei nostri tempi è sempre dietro l’angolo, subdola, pronta a colpire, esattamente come accade per alcune malattie.
Non ci si ferma mai a pensare, si divora tutto, anche i tormenti dell’anima, non si pensa mai quanto possa essere complicato regalare sorrisi quando si ha il cuore in lacrime.
Quelle lacrime che molti lasciano scorrere silenziose, al buio, ed altri invece condividono, ed anche quella è una richiesta di dignitoso aiuto.
I maliziosi penseranno che tutto sia stato studiato e preparato prima magari di andare in diretta, la diretta della tua vita, quella che scava il tuo interiore, altri si fermeranno quel tanto che basta, perché il dolore, si sa, non lo vuole nessuno, disturba, fa riflettere, fa comprendere che tutto è così solidamente labile nella vita e mai sia che lo si capisca.
Il dolore lacera, ma riesce anche a cambiare il modo di guardare alla vita, il dolore muta l’aspetto fisico ma riesce a rendere più bella l’anima, il dolore disorienta ma riesce anche a far capire quale potrebbe essere la direzione giusta da seguire.
Molti sono i dottori impegnati a curare le malattie sia quelle fisiche che quelle che si vedono poco ma agiscono comunque.
Qualcuno si può permettere cure costose, altri un po’ meno, qualcuno reagirà, altri si rassegneranno, qualcuno sarà circondato da molte persone, altri resteranno soli, per scelta, o per scelte altrui.
Dobbiamo armarci, è vero: dobbiamo armarci della pazienza che non abbiamo più, della comprensione che abbiamo perso lungo il cammino, del rispetto che pretendiamo ma non siamo in grado di donare, del silenzio che troppe volte manca, della profondità del mare che tanto ci spaventa ma che altrettanto ci farebbe bene, della capacità di mutare ad ogni passaggio di onde che porteranno via qualcosa di noi ma che doneranno anche qualcosa di differente a ciò che siamo.
Dobbiamo armarci dei sorrisi che stiamo perdendo per donarli a chi non riesce più a sorridere, dobbiamo armarci dell’apertura mentale che ancora manca, per accettare le sfaccettature che compongono le unicità delle persone.
Dovremmo essere meno giudici delle vite altrui ed iniziare a vivere maggiormente le nostre perché le esperienze insegnano quanto poco ci ricordiamo di vivere e quanto ci pentiamo poi di  non averlo fatto.