LASCIA IL PRESIDENTE DELLA BANCA CENTRALE, ARGENTINA VERSO IL DEFAULT

DI FRANCESCA CAPELLI

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE A BUENOS AIRES

Nel giorno dello sciopero generale – il quarto della presidenza Macri, iniziata nel 2016 – la doccia fredda per il governo non è l’adesione pressocché totale e prevedibile all’astensione. La doccia fredda sono le dimissioni di Luis Caputo (nella foto), presidente della Banca Centrale dal 14 giugno, succeduto a Federico Sturzenegger, costretto a sua volta ad abbandonare il posto durante la crisi bancaria che dato il via alla corsa inarrestabile del dollaro e alla conseguente caduta del peso (e dei salari reali degli argentini, https://www.alganews.it/…/argentina-la-camera-approva-la-l…/). All’epoca il peso era crollato a quota 28 contro il dollaro, e già sembrava già di essere sull’orlo del precipizio. Ieri la divisa argentina ha chiuso a 38 e per i prossimi mesi le previsioni più realistiche parlano di un equilibrio a 42 pesos per dollaro. Tanto che il sito della rivista Forbes ha titolato “la barca affonda”. Dando prova non di grande fantasia nella costruzione della metafora, ma di realismo.
Le dimissioni di Caputo, secondo il comunicato ufficiale, sono legate a “motivi personali”, ma tutti sanno che la ragione è un conflitto con il Fmi, lo stesso che aveva obbligato ad andarsene anche il predecessore. Sia lui, sia Sturzenegger, infatti, avevano reagito alla crisi cambiaria con due strumenti classici di scienza della finanza: alzare i tassi di interesse sul peso (attualmente al livello spaventoso del 60 per cento) da una parte, vendere dollari dall’altra. In modo massiccio Sturzenegger, a botte di 5000 milioni alla volta. In tranche relativamente piccole Caputo. Ora, però, nelle riserve della banca centrale sono finiti i dollari del prestito accordato dal Fondo. E Christine Lagarde non ha nessuna attenzione di stare a guardare zitta e buona mentre si volatilizzano. Tanto che la raccomandazione, non seguita da Caputo, era lasciare il dollaro libero di fluttuare: se non altro la svalutazione avrebbe favorito le esportazioni, rimettendo un po’ in sesto il disavanzo commerciale. Ma Caputo – come Sturzenegger – sa che un peso ulteriormente svalutato incide sul potere d’acquisto dei suoi concittadini, assediati da servizi essenziali impagabili, licenziamenti di massa, nuovi tagli alla spesa sociale. Con il rischio di rivedere le scene del 2001, picchetti e saccheggi nei supermercati. Insomma, ci sarebbe solo da scegliere tra lasciare affondare la barca, come ha scritto Forbes, o farla esplodere.
Non che finora Mauricio Macri si sia preoccupato molto delle difficoltà dei suoi elettori di classe media, i più colpiti dalla crisi economica. Perché sa che la classe media, in Argentina, ha la memoria corta. Scende in piazza con i settori popolari quando si trova con l’acqua alla gola, e riprende a odiarli appena le sue condizioni migliorano (grazie a quelle stesse politiche sociali di cui beneficiano i più poveri) fino al compimento di un nuovo ciclo economico.
Le dimissioni a sorpresa di Caputo, proprio mentre Macri è negli Stati Uniti per “riguadagnare la fiducia dei mercati”, possono voler dire due cose. La prima, che il presidente abbia consegnato a Lagarde la testa di Caputo, sacrificando l’amico personale in cambio di una rinegoziazione del prestito accordato dal Fondo, tale da permettere a Macri di arrivare “liquido” all’appuntamento elettorale del 2019. La seconda ipotesi è che il tempismo dell’annuncio di Caputo sia un cadeau empoisonné, per trasformare la road map trionfale di Macri in una Canossa con il cappello in mano e i piedi nella neve. Moglie e figlia al seguito sono in dotazione.
Una cosa è certa. Per Lagarde è fondamentale che l’Argentina dimostri di avere riserve adeguate affinché i mercati abbassino la percezione del rischio-paese, in modo che da ora in poi sia con loro, i mercati, che l’Argentina continui a indebitarsi, permettendo al Fondo di chiudere i rubinetti.
La mano passa al nuovo presidente, Guido Sandleris, attuale vice ministro dell’Industria, formatosi alla Columbia University e alla London School of Economics. E soprattutto, gradito al Fondo.