CRONACA DI UNA MORTE IN TRASFERTA: CONDANNA DEFINITIVA PER L’OMICIDIO ESPOSITO

DI PAOLO VARESE

Una partita di calcio. Non esiste un evento più importante per la maggior parte degli italiani, ma ovviamente parliamo di partite che coinvolgano la squadra del cuore, quelle per cui si va in trasferta con gli amici, con gli altri tifosi, lasciando a casa famiglia, amori, affetti. E Ciro Esposito, quel 3 maggio del 2014 era partito carico di entusiasmo per assistere alla finale di Coppa Italia tra il suo Napoli e la Fiorentina, a Roma. Lo Stadio Olimpico attendeva sotto Monte Mario, ma anche altri attendevano l’arrivo dei supporters, chi per godersi una bella partita seppur tra squadre non capitoline, e chi invece per punire chi voleva festeggiare tra le strade della capitale. E tra loro anche Daniele De Santis. Non un tifoso di basso profilo, ma un vero e proprio capo ultras, un hooligan de noantri, qualcuno che per la sua squadra avrebbe fatto tutto. Ma non era da solo quel capetto, anzi, aveva radunato un gruppo di gente de core giallorosso come lui, per andare a provocare i tifosi del Napoli direttamente sui pullman, lanciando bombe carta contro di loro. Bombe carta, un termine che sembra indicare qualcosa di innocuo, mentre si tratta di oggetti deflagranti di grande potenza. Ma Daniele De Santis aveva anche altro addosso, e quando, secondo le testimonianze si trovò ad essere inseguito dai partenopei, usò ciò che aveva per difendersi. Una pistola. Sul momento esatto in cui il proiettile raggiunse all’addome Ciro i resoconti sono diversi, così come le testimonianze fornite sia dagli agenti della Polizia presenti intorno allo stadio che dalle altre persone. Per chi non ha mai assistito a scontri del genere deve essere quasi inimmaginabile una scena del genere, con gente che corre, inseguitori ed inseguiti, esplosioni, fumo, urla. Ed in mezzo gli agenti in borghese, quelli in divisa, gli ignari, gli innocenti, i passanti, e poi gli spari gli insulti, i pestaggi di massa ed il sangue che schizza dalle bocche, sporcando strade, persone, coscienze. E Daniele De Santis ad un certo punto ha sparato. Un colpo, poi un altro, fino ad arrivare a 7, di cui uno si è andato a conficcare nell’addome di Ciro. 25 anni di vita tranciati dal filo della vita, nonostante la caparbia e tenace resistenza che portarono il suo corpo a resistere per due mesi nel letto di ospedale. Ancora vivo nonostante il proiettile, nonostante il taglio di un pezzo di colon. Ma alla fine Ciro ha lasciato i suoi 25 anni, la sua famiglia, la sua vita, tra quelle lenzuola e quelle speranze, tra le lacrime di sua madre, tra le difese di chi lo ha ferito, tra l’impotenza di chi ha assistito alla scena. Daniele De Santis ha sparato, forse lo avevano già malmenato, tanto da spedire all’ospedale anche lui, con le ossa rotte. Ha sparato e poi ha gettato via la pistola, ha negato di averla ai poliziotti che lo interrogavano, ma poi la titolare di un locale vicino a dove erano avvenuti gli scontri ha detto di aver trovato una pistola, di averla fatta gettare in un cassonetto dei rifiuti per non farla sparare ancora. Poi il tempo che passa, le prime ipotesi di accusa, e gli interrogatori. Il primo verdetto, i primi 26 anni di prigione comminati a Daniele De Santis per il suo gesto, nonostante la conferma di un inseguimento da parte di Ciro e degli altri tifosi. Ancora un altro verdetto, da parte della Corte di Assise di Roma, che parla di bravata da parte di De Santis. Bravata. Un termine utilizzato 3 volte dai giudici per definire il gesto, un termine che ha lasciato sgomenti i familiari di Ciro, soprattutto in relazione allo sconto di pena, con gli anni di carcere divenuti 16, perchè De Santis sparò in quanto in pericolo, seppur per le conseguenze di quanto da egli stesso provocato. Ed un altro processo ancora, l’ultimo, con la Cassazione che ha definitivamente chiuso la vicenda. 16 anni di carcere confermati, perchè non ci sono scusanti per un gesto che non prevede sconti per la vittima. Un morto resta tale, specialmente se a dare inizio a tutto è stato proprio chi ha sparato invocando poi la leggitima difesa. Un morto resta tale, non è come gli altri tifosi che sono rimasti feriti sempre dalla pistola di De Santis e forse anche da altre. Un morto resta tale, anche se dalla pistola vengono fatti scomparire i numeri di serie. E la Cassazione ha riletto tutti gli atti, rivissuto gli attimi di terrore, degli scontri, dei manganelli inutili contro la ferocia dei branchi contrapposti. Ciro è morto, per colpa di Daniele De Santis. Tutto il resto è un contorno di irragionevole rabbia che inquina gli animi e le menti delle persone, di coloro che si dichiarano tifosi ma in realtà sono solo violenti in cerca di una bandiera che possa giustificarli. Ciro è insieme a Vincenzo Paparelli, a Stefano Furlan, agli altri 20 morti per il calcio in Italia ed ai tifosi che hanno gridato i loro ultimi istanti nello stadio Heysel nel1985. Morire per il calcio, non si può dire che non sia follia.