ANTISEMITISMO E FRANGE DEL MONDO EBRAICO. ASSURDI CONTATTI SU CUI RIFLETTERE

DI ALBERTO TAROZZI

Ha suscitato sconcerto e inquietudine la notizia che un gruppo di ebrei tedeschi, denominati “Ebrei per la Germania” è stato incluso nella Afd, la lista “alternativa” di estrema destra e in odore di neonazismo.

Credibile, ma forse non esaustiva, l’interpretazione che viene fornita sul Manifesto dal corrispondente da Berlino Sebastiano Canetta e da Massimo Raffaeli, nella sua analisi del giorno dopo. Non ci sarebbe da stupirsi della cosa, pensando alle “politiche più aggressive e rovinose di Netanyahu e di Lieberman per diffondere l’odio contro i turchi, gli arabi e i cittadini di religione islamica”. Resta da vedere se l’islamofobia degli ebrei di Germania, o per meglio dire di alcuni di essi, possa essere stata pilotata esclusivamente da Tel Aviv, oppure costituisca una miscela i cui ingredienti siano sì di ordine internazionale, ma anche locale (odio verso la consistente presenza degli immigrati turchi in Germania).

Certo che la contiguità tra atteggiamenti di estrema destra paranazista e l’appartenenza o la contiguità col mondo ebraico, ancorché estremamente minoritaria, merita un’attenzione non superficiale.
Siamo stati fin qui abituati alle dispute se le critiche al governo israeliano, quando non al sionismo, siano possibili senza cadere nell’antisemitismo. Meno frequenti, ma non per questo da sottovalutare, gli interrogativi sul come e sul perché si possano conciliare simpatie reciproche tra chi, quanto meno come immagine, incarna il mondo ebraico o una sua componente, sociale, politica o culturale, e chi si mostra non lontano dalle posizioni degli storici aguzzini del popolo ebreo.

Oggi in Germania il collante parrebbe costituito prevalentemente dall’islamofobia, ma basta spostarsi negli Stati Uniti per imbattersi in una proposta politica emergente di estrema destra (il Movement di Steve Bannon), dove la paccottiglia ideologica di una cultura razzista e antisemita convive con una opzione favorevole ad Israele in politica estera. Qualcuno sostiene che Bannon indulga verso l’antisemitismo su scala locale soprattutto per ragioni personali. Ebreo è infatti il genero di Donald Trump (Kushner), colpevole di avere estromesso Bannon dal cerchio magico del Presidente. Vale a dire che abbiamo a che fare con il predominio di una politica bottegaia, estranea a qualsiasi coerenza con le ideologie e capace di utilizzare ogni strumento per conseguire l’obiettivo del potere.

Peraltro non bisogna dimenticare sintomi nemmeno troppo recenti, indicativi di come, in ambiti che dovrebbero tenere ben presente l’olocausto, siano fiorite piante malefiche. E’ del 2007 la scoperta dell’esistenza di cellule di giovani neonazisti di origine russa in Israele. Venne allora sgominata una cellula neonazista che operava nella zona di Tel Aviv e aveva legami con organizzazioni straniere di estrema destra. Il gruppo, formato da giovani cittadini israeliani con famiglia originaria dell’Unione sovietica, si era reso responsabile di una serie di aggressioni a ebrei ortodossi e immigrati asiatici e più volte aveva disegnato svastiche nelle sinagoghe.

Narrano le cronache che nessuno degli otto arrestati – tutti cristiani – era di madre ebrea, condizione per essere considerati giudei dagli ortodossi. La cittadinanza israeliana gli era stata concessa in quanto avevano almeno un nonno ebreo, sulla base della così detta Legge del ritorno del 1950 che non prevede controlli adeguati su chi ha titolo per richiedere la cittadinanza. Un episodio marginale, ma resta il fatto che la fortissima minoranza russa in Israele (un sesto di una popolazione di 8 milioni e mezzo di abitanti) lamentò in quella occasione il disprezzo con cui venivano trattati i cittadini israeliani originari di quelle regioni.

Non è da escludere che i buoni rapporti intrattenuti negli ultimi anni da Putin e da Netanyahu siano volti anche a sanare quelle ferite, nel corpo di una popolazione israeliana, dove i russi non riescono ad identificarsi né con gli ebrei né tanto meno con gli arabi.

Oltre tutto, sulla composizione della popolazione israeliana e sul presunto rigonfiamento del numero delle persone cui le commissioni riconobbero la qualifica di “sopravvissuti” ai lager non sono mancate le polemiche nel corso degli anni. In particolare un ebreo dissidente messo al bando da Israele, ma considerato invece con un certo rispetto da altre comunità ebraiche come quella francese, aveva innescato, nel 2001 una polemica di fuoco. Ci riferiamo a Norman G. Finkelstein, studioso ebreo statunitense,che nel suo “L’industria dell’olocausto” faceva esplicito riferimento ai riconoscimenti a pioggia di, secondo lui presunti, “sopravvissuti”: con rilevanti vantaggi finanziari per lo stesso stato di Israele, in una polemica che arrivò a toccare anche il premio Nobel Eli Wiesel. Di qui ad ipotizzare la possibile nascita e infiltrazione di gruppi antisemiti costituiti da persone che con l’ebraismo avevano ben poco da condividere il passo sarebbe breve.

Per concludere possiamo annotare che gli episodi che nel corso degli anni hanno segnalato strani giochi delle parti e delle alleanze in materia di antisemitismo non sono pochi, anche se a nessuno di essi sarebbe giusto, finora, dare un’ importanza trascendentale.

Una certa vigilanza è comunque necessaria nel momento in cui un sé dicente antisemita filoisraeliano come Bannon si appresta a dare la scalata ai gradini più alti del potere planetario.