LICENZIATA LA PASIONARIA ATAC: HA VIOLATO IL CODICE ETICO AZIENDALE.

DI COSTANZA OGNIBENI

Sospesa a tempo indeterminato per 128 giorni per l’intervista rilasciata a “Le Iene” in cui denunciava i malfunzionamenti dell’azienda. E poi, lo scorso 25 Settembre, licenziata. L’autoferrotranviera dell’Atac Micalea Quintavalle stavolta sembra non avercela fatta. Ma non abbassa la guardia. Perché questa è sempre stata la sua indole: Micaela parlava, denunciava le cose che non andavano bene. Andava alle trasmissioni, alle assemblee e poi anche alle manifestazioni. Personaggio scomodo per alcuni, strategico per altri; il suo profilo nel tempo è diventato sempre più popolare, il personaggio sempre più pubblico. Ma Micaela non si è mai compromessa. Trascinatrice di folle, non ha mai accettato favori o proposte da chi, da quella personalità così dirompente, avrebbe tratto un proprio tornaconto. “Sono un’autoferrotranviera che studia medicina, e nulla più”. Sapeva stare al suo posto, Micaela, un posto in cui, però, si immergeva con tutte le scarpe: dallo studio all’applicazione, rimaneva senza dubbio una risorsa preziosa, preziosa come poche se ne vedono.

Alganews ha voluto contattarla per approfondire la questione ponendole qualche domanda. L’entusiasmo nel rispondere non è dovuto all’egocentrismo quanto, piuttosto, alla possibilità di raccontare ai cittadini come stanno le cose e metterli in guardia da una situazione che, a quanto pare, si sta facendo sempre più grave. 

La prima domanda è la più normale che si possa porre a chiunque entri in contatto con la vittima sacrificale di questa vicenda. Come stai?
Io non sto bene. C’è stato senza dubbio un cambiamento: finché ero sospesa a tempo indeterminato, ero in balia degli eventi; non sapevo quanto sarebbe durata questa situazione, né che decisioni avrebbero preso, né tantomeno quando. Sono andata avanti per sopravvivenza, grazie alle collette di amici e colleghi. Nel momento in cui è arrivato il licenziamento, si è creato uno spartiacque tra un prima e un dopo. Mi sono presa un po’ di tempo per capire il da farsi; il giorno dopo la lettera ho dato l’esame di anatomia patologica e poi sono andata a chiedere la disoccupazione perché in questo momento voglio concentrarmi sullo studio. Con il nuovo anno mi inserirò nuovamente nel mondo del lavoro, ho una patente che rimane comunque un bene prezioso che mi consente di fare riferimento a un ventaglio di offerte piuttosto vasto. L’iscrizione all’albo dei conducenti fa di me un’autista completa. Sto valutando anche l’ipotesi di entrare in politica, ma è molto aleatoria perché, ad oggi, non mi sento rappresentata da nessuno.
La sensazione di malessere di cui sopra è certamente data dall’aver perso il posto di lavoro, ma quello che brucia maggiormente è che, nonostante più volte mi abbiano consigliato di farmi gli affari miei, di guardare il mio orticello, di “lavare i panni sporchi in casa”, o addirittura di far finta di niente per salvaguardare la mia posizione, io mi sono sempre spesa e ho rischiato per i cittadini, per la collettività, mettendola sempre davanti al mio interesse. Una collettività che poi, al momento di mobilitarsi in mio favore, si è tirata indietro.

La gente legge poco, e ancor meno si interessa alle vicende della propria comunità. Possiamo semplicemente ipotizzare che non sia arrivata la voce?
La speranza grande è questa. Non ho un’eco mediatica così grande. Ma c’è gente che sapeva, e ha preferito comunque non parlare per non coinvolgersi. Questo, in parte, è quello che brucia davvero. E a questo si aggiunge il messaggio che la mia storia sta facendo passare, ovvero che l’articolo 21 della nostra preziosa Costituzione per il quale tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione, sta man mano perdendo di efficacia: si sta togliendo ad ogni lavoratore il diritto di denunciare le cose che non vanno, non solo all’autoferrotranviera Quintavalle, ma anche all’impiegato delle poste, al vigile del fuoco, al poliziotto…
Questa è una vicenda in cui qualcuno si è preso la responsabilità di dire: “Visto che voi giornalisti quando vi accorgete di una cosa – in questo caso degli incendi degli autobus con l’episodio di Via de Tritone – avete immediatamente un’altissima risonanza mediatica e noi, che denunciamo autobus che prendono fuoco da almeno cinque anni, non siamo ascoltati da nessuno, io mi avvalgo del diritto di rilasciare un’intervista che abbia la stessa risonanza.” Due milioni di persone davanti allo schermo sono bastate per smuovere la procura e far sì che entrasse dentro le officine di Atac. E alla luce di quanto visto, hanno dato ragione a me. I provvedimenti dell’azienda sono stati immediati: annientare la fautrice di tutto questo.

E Atac ha trovato terreno fertile perché tu in quel servizio indossavi la divisa…
Atac può dire quello che vuole, ma sono cinque anni che sono segretario nazionale di un sindacato e in cinque anni, ogni volta che intervenivo dentro uno studio televisivo, chiedevo l’autorizzazione all’azienda, autorizzazione che mi veniva sistematicamente rilasciata. Ogni volta che invece rilasciavo interviste al di fuori degli studi televisivi e al di fuori dell’orario di lavoro, Atac non mi richiedeva alcuna autorizzazione. Ora, a questo fatto della divisa potranno sicuramente attaccarsi, troveranno certamente una pezza d’appoggio in questa mancanza da parte mia, anche perché per il resto sono un’autista irreprensibile e non hanno altri elementi a cui appellarsi. Ma quello che davvero mi avvilisce è che fino a oggi abbiamo visto episodi di infortunio – invero, neanche troppo gravi rispetto a quanto si verifica da altre parti – che da un giorno all’altro potrebbero tramutarsi in vere e proprie tragedie, e se c’è qualcuno che denuncia per far sì che le persone vengano messe in sicurezza, questo qualcuno viene fatto fuori! Rabbrividisco all’idea che ci sarebbe potuta essere una Quintavalle a Genova che, dopo avere denunciato la scarsa manutenzione di Ponte Morandi, probabilmente avrebbe fatto la mia stessa fine! Questo è quello che mi dispiace e mi preoccupa più di ogni altra cosa. Non parlo per rabbia o per vendetta, ma per preoccupazione perché i problemi c’erano, ci sono, e sono reali. Ricordo ancora quell’incendio dell’autobus dell’8 Maggio in Via del Tritone. Il giorno stesso se ne era incendiata un’altra, di vettura, qualche chilometro più in là, a Via dell’Infernetto. Dentro c’era una scolaresca. E ricordo anche quella madre che mi telefonò, urlandomi che non aveva comprato il motorino al figlio per paura delle buche e ora doveva stare in apprensione per il rischio di vederlo morire ustionato dentro un autobus. E non c’è codice etico, non c’è posto di lavoro, a quel punto, che tenga, davanti al terrore di una madre per l’incolumità del proprio figlio!
Voi non avete idea dei principi di incendio che si verificano nelle nostre vetture, che gli autisti prontamente spengono sul nascere; voi non sapete quante volte abbiamo denunciato la mancanza di martelletti infrangivetro all’interno dei nostri autobus. E se si verifica un incidente per il quale è necessario evacuare dal mezzo e non si aprono le portiere? Oggi come oggi è altamente rischioso viaggiare su quegli autobus, e questo i cittadini devono saperlo.

Quale ritieni sia stata la tua vera ingenuità in tutto questo? 
Appoggiare i Cinque Stelle. E poi, come segretario nazionale di Cambiamenti M410, criticarne l’operato nel momento in cui le cose non andavano come avevano promesso. Forse mi sono esposta un po’ troppo e non dovevo farlo, e la mia coerenza, in questo contesto, si è trasformata in una forma di ingenuità.

E come hanno reagito di fronte a quanto ti stava succedendo?
Con l’indifferenza più totale. Non hanno mosso un dito. E dire che erano i primi ad appoggiarmi quando c’era la giunta di Marino. Accuse usate per dare contro la precedente amministrazione, divenute scomode e, anzi, motivazione di licenziamento nel momento in cui sono entrati loro a presidiare il Colle.

Sugli autisti di Atac grava un’altra piaga chiamata “black list”. Vuoi raccontarci di cosa si tratta?
La black list è quella categoria in cui rischi di essere collocato quando fermi troppo spesso la corsa per denuncia di un guasto, anche se certificato. Essere collocati nella black list comporta l’impossibilità di scambiare il proprio turno con quello di qualcun altro, oltre la perdita di molti altri diritti che, da contratto, dovrebbero essere riconosciuti. Capisci bene che molti colleghi hanno il terrore di denunciare. È una specie di terrorismo che viene fatto sui lavoratori proprio per disincentivarli a parlare.

Credi che la privatizzazione sarebbe una soluzione a tutto questo?
Il privato non migliora, anzi potrebbe peggiorare la situazione perché, per natura, il suo operato è finalizzato al profitto, quindi non aumenterà mai gli investimenti in manutenzione o in personale. C’è un referendum alle porte (ndr l’11 Novembre), nel quale i cittadini verranno chiamati a votare per la privatizzazione di Atac (che poi chiamano liberalizzazione, ma non si può liberalizzare un servizio come il trasporto cittadino). La comunità capitolina si era già espressa in merito nel 2011 e aveva deciso che l’azienda doveva rimanere pubblica, ma Atac è andata peggiorando in questi anni, e per quanto i Cinque Stelle votino a favore del mantenimento dello status quo, di fatto, nel fare danni su danni, stanno facendo sì che i cittadini stessi cambino idea e questo, probabilmente, li porterà a votare per il privato. Ma, come dicevo prima, questo non porterà le cose a migliorare. Lo abbiamo visto con la Roma TPL che, pur essendo privata, non ha risolto i problemi di fondo. C’è bisogno di gente competente, c’è bisogno di gente onesta, bisogna tagliare le teste di coloro che hanno dimostrato di non saper risolvere i problemi.

A questo bisogna aggiungere, però, una connivenza dei cittadini che non pagano il biglietto…
I cittadini non comprano il biglietto ed è un cane che si morde la coda perché essi stessi dichiarano di non volerli acquistare a fronte di tutti questi disservizi! Atac può pure vantare la nuova App che consente di comprare il biglietto dallo smartphone, ma questo non risolve il problema di fondo. Al tempo noi avevamo fatto decine di pagine di proposte per recuperare l’evasione dei biglietti e investire quei soldi in sicurezza. Non hanno voglia di ascoltare consigli, non sono umili: trasportiamo circa un milione di persone al giorno, se si vuole fare una media, calcolando circa 1 euro al giorno di biglietto, si potrebbero recuperare un milione di euro al giorno! 30 milioni al mese, 300 l’anno; in due anni avrebbero già potuto sanare buona parte del loro debito. E invece si avvitano in problemi che non sono capaci di risolvere, senza dare ascolto a chi conosce ogni sanpietrino di questa città e cerca di dare una mano in modo totalmente disinteressato. E questa giunta non ha fatto che peggiorare la situazione, ponendo condizioni ancora più infamanti. Nemmeno Alemanno e Marino erano arrivati a tanto! E questa è una problematica universale, non è legata a Micaela Quintavalle, che può stare più o meno simpatica. Questo è un problema di tutti perché ci va di mezzo l’incolumità delle persone. E sono tanti gli autisti che, pur di completare la corsa, non aiutano le persone in difficoltà, non fermano il mezzo se ha dei problemi, perché hanno paura del provvedimento disciplinare.

Che ne sarà di Cambiamenti M410 ora? E tu cosa farai con il sindacato?
Io sono e rimango segretario nazionale di questo sindacato che continuerà a battersi. Venerdì 12 Ottobre abbiamo convocato uno sciopero di 24 ore e un sit-in ove chiederemo un incontro con il ministro Di Maio: un lavoratore licenziato per aver chiesto tutele è già di per sé un fatto inaudito, ma se pensiamo che questo episodio è avvenuto quando a governare questa città c’era proprio quella giunta che si professava per il cambiamento, diventa ancora più inaccettabile.

Pensi che impugnerai questo licenziamento?
Assolutamente sì! Pur non essendo sicura di averla vinta perché, come dicevo prima, le regole ci sono, voglio che sia un giudice, arrivando fino alla cassazione se necessario, a dirmi: “Tu hai sbagliato a mettere la vita della gente davanti al codice etico”. Se un giudice mi dice questo, visto che io le regole le ho sempre rispettate perché, come diceva qualcuno, codice civile, penale e stradale vanno rispettati, allora me ne faccio una ragione. Mi sono sempre battuta per cambiarle, le regole, proprio perché sono consapevole che non vanno ignorate e quindi non sarò da meno nemmeno questa volta. Ma fare ricorso è un mio diritto, e quindi me ne avvalgo.

Ti rimetterai in gioco in futuro?
E’ quello lo faccio da quando ho cinque anni! Vediamo che accadrà, io intanto porto avanti il discorso medico che mi permette di non soccombere. Atac ha perso una grossa opportunità, una lavoratrice appassionata e che faceva questo mestiere con amore. Ma hanno scelto. E io oltre, a battermi per rientrare, non posso fare altro. Ma guardo avanti.