QUANTE DONNE SIAMO, QUANTE DONNE SAREMO

DI ANNA LISA MINUTILLO

 
E’ che va così: alcune donne appaiono come “granitiche”, in grado di sopportare tutto e di supportare chiunque si ritrovasse ad aver bisogno della parola giusta pronunciata al momento giusto.
In grado di sfidare il mondo nella sua semplice ma al tempo stesso complessa natura.
Molte percorrono i  sentieri  della vita con passo deciso e fermo, quasi come se fosse una parata militare che non deve tradire incertezze, ansie e dubbi, ma deve scorrere fluida, inattaccabile e determinata.
Alcune donne poi, oltre a possedere quella grinta, portano con se cognomi “ingombranti” oppure occupano ruoli che di norma ( e non si sa bene quale) spettano solo ad uomini di successo, a manager “rampanti”.
Quando è così è ancora peggio, se si può. Quando è così sono le stesse donne a non far mancare critiche, scagliate con violenza inaudita, come fossero fendenti che vibrano nell’aria per colpire poi fino a squarciare l’anima di chi le riceve.
Anni trascorsi a rivendicare diritti, dovuto riconoscimento, accettazione paritaria da parte di una società che entra in contraddizione (spesso e volentieri) con gli stessi valori che sbandiera e proclama di avere.
E’ che siamo tante donne, tutte in bilico su ciò che potremmo fare ( se venisse concesso), tutte alla ricerca di stabilità e normalità da vivere ( si, la normalità, proprio quella che alla fine annoia perché ripetitiva), tutte con i nostri “mostri” da sconfiggere e con cui lottare, con le stesse domande a cui cerchiamo risposte, con le stesse perplessità ( che spesso, per non mostraci inferiori a nessuno tendiamo a celare), tutte con la stessa voglia di essere comprese.
E’ che ospitiamo al nostro interno personalità differenti, smettendo i panni della casalinga, passando poi attraverso quelli della lavoratrice, indossando vestaglie d’amore, quando ci riscopriamo femminili e compagne dei nostri uomini, fino ad approdare a quelli di mamme che devono far quadrare il bilancio oltre che a ritrovarci a fare i conti con la vita.
In tutte queste sfaccettature appare quasi come una iattura riuscire a mantenere il giusto equilibrio e magari riuscire anche a sviluppare pensieri, a mettersi in prima linea quando ci sono diritti da rivendicare o ingiustizie da segnalare.
Non va mai bene, ci si espone, e così dall’esterno “qualcuno” che si sente autorizzato da tutti tranne che dalla diretta interessata, si sente in dovere di esprimere giudizi, di schierarsi, di emettere sentenze che se fossero rivolte a loro rivolterebbero il mondo pur di sbandierare le loro ragioni.
Siamo tante donne, ospitate da una sola e spesso lasciamo che a prevalere sia quella più “maldestra”, quella che dimentica alla svelta momenti di incertezze e delusioni, quella che ha cercato per anni l’amore credendo di averlo trovato ma non facendo poi molto per costruirlo ed alimentarlo, quella che non ha mai avuto attimi di depressione o di paura da sconfiggere, e tutto questo non fa bene alle donne, non fa bene a se stesse, non fa bene a questa società che conserva sempre la spocchia di sapere ciò che nessuna ha il coraggio di dire.
E’ che siamo così: troppo spesso tendiamo a prendercela con le altre donne, magari  per una parola usata male,  magari, (oppure ), perché al posto di quella donna comunque affermata, a cui sembra non mancare nulla, in fondo vorremmo esserci noi.
Osserviamo banali particolari e non riusciamo a vedere la grandezza del dolore, del disorientamento, celato ( e neanche troppo bene) da corpi tatuati, da look decisi e aggressivi, da occhi che sono velati e non bucano più gli schermi delle coscienze come avveniva fino a poco tempo fa.
Non vediamo ( o non vogliamo vedere) quanto sia difficile vivere circondati da dinamiche che non ci appartengono e  che con i loro tentacoli ci stringono forte pur di non farci vivere, pur di disegnarci così come un sistema ( che non sistema nulla e che mette il poco compreso ancor più fuori posto) vuole.
Il nostro volere passa in seconda battuta e non ci accorgiamo che attraverso trame studiate ad hoc lo scopo a cui si vuole arrivare è proprio questo: totale annullamento  di ciò che si è per far diventare ciò che altri vorrebbero fossimo.
Pochi si chiedono cosa manchi in realtà a quelle donne granitiche, pochi si chiedono se gli abbracci che hanno ricevuto siano stati realmente sentiti e partecipati, ancora meno si chiedono se chi ha detto loro di amarle lo abbia fatto con il cuore o solo per interesse, rotolando così nel loro letto, dipingendo nel buio strade di serenità, che poi, al risveglio sarebbero crollate in un secondo.
Pochi si domandano quanto costi vivere indossando la maschera della “tranquillità”, pur di far vivere, prima che qualcuno la uccida, quella vita che di normale pare non contenere più nulla.
A tutti non interessa sapere chi ha violentato chi, ma tutti guardano, giudicano, proclamano.
A tutti non interessa chi abbia tradito chi eppure: si schierano, controbattono, feriscono.
A tutti non interessa conoscere i dettagli ma poi tutti in effetti sbrodolano davanti a selfie che ingigantiscono solo l’ego di chi pur di avere un solo attimo di notorietà si è comportato come il più squallido dei signori.
Tutti dimentichiamo che occorre sensibilità, rispetto, cura, proprio quello che cerchiamo come se non vi fosse un domani, in quegli uomini per i quali troppo spesso ci annientiamo, salvo poi, finire con alcuni atteggiamenti ad assomigliare a ciò che critichiamo.
Siamo tante donne, chissà quante donne ancora diventeremo, non perdiamo l’occasione di tenerci strette tutte le donne che ci abitano, pur con le loro contraddizioni, con i loro dubbi, con i loro momenti di smarrimento ma soprattutto non perdiamo l’occasione per smettere di giudicare, di alzare pareri che mancano di autorevolezza e peccano di autoritarismo nei riguardi di altre donne, perché sono come noi e ciò che giudichiamo potrebbe essere benissimo una delle tante donne che silenziosamente ospitiamo.