TIDIANE, IL PUSHER ABBANDONATO ALL’OBITORIO

DI MARCO GIACOSA

vDa qualche giorno ho sulla scrivania l’articolo dal titolo: “Tidiane, il pusher abbandonato all’obitorio”.
Tidiane era nato in Senegal nel 1979, era in Italia dal 2008, nella condizione amministrativa, inventata dagli uomini, di clandestino. Spacciava al Valentino. Gli spacciatori spesso ingoiano la droga avvolta in stagnola e plastica, per non farsi arrestare. A volte questi ovetti si spaccano e il corpo va in overdose. Così è morto Tidiane, la notte tra il 15 e il 16 settembre, dietro una frasca nel parco. Quelli che erano con lui hanno chiamato i soccorsi poi sono fuggiti. Aveva la bava alla bocca, moriva.
In ospedale non l’ha reclamato nessuno, per identificarlo ci è voluto un po’. La polizia si è rivolta all’Associazione dei Senegalesi a Torino, sono stati rintracciati il padre e un fratello, che non hanno i soldi per il rimpatrio. Tidiane era nato a Kaolack, una città che oggi ha circa 185mila abitanti, da qualche decennio in costante incremento demografico.
Che vita faceva Tidiane? Aveva amici? Una fidanzata? Un fidanzato? Probabilmente sì, e adesso stanno soffrendo perché sono nella posizione amministrativa di clandestini e non possono andare a pregare accanto al corpo in obitorio; oppure no, era un tipo ombroso, solitario, che si vergognava della propria vita ed era depresso, forse è un impulso suicida quello per cui il pusher ingoia gli ovuli di cocaina pur sapendo che è pericolosissimo. Magari Tidiane chiamava il padre e il fratello e diceva che andava tutto bene, che aveva un lavoro come benzinaio che gli dava da vivere e i soldi che mandava loro giù, e prima o poi sarebbe tornato a trovarli, appena fosse riuscito a mettere da parte qualcosa in più. A chi emigra prende questo: il senso di vergogna per non avercela fatta, per aver deluso le aspettative. Di solito chi emigra chiede tantissimo a sé stesso. È successo a tanti piemontesi in Argentina, che mandavano fotografie bellissime ma non tornavano mai, e quando morivano usciva la verità, che non era andata poi così bene.
Che cosa faceva Tidiane nel tempo libero? Cosa piaceva a Tidiane? Leggeva fumetti? Giocava a Ruzzle? Comprava cappelli da baseball? Passava le giornate libere su una panchina in Barriera? Aveva giornate libere?
I pusher vicino a casa mia sono tutti minorenni, stanno a coppie di due, si fanno le battute, si fanno i frontini, i coppini, si danno le gomitate nelle costole, giocano come giocano tutti gli adolescenti. Arrivano con la metro, passano a mangiare il kebab verso le 19, vestono con i jeans bassi, si vedono le chiappe, alcuni hanno le catene da rapper, i berretti con la visiera. Mangiano in silenzio rispettoso, ogni tanto parte la gomitata nelle costole, lo scherzo, e in una lingua che non conosco uno sembra dire all’altro: Dai, smettila. E ridono.
Vanno a vendere merda, morte, ma sono ragazzi, uomini, persone. Prima erano magrebini. Prima calabresi. Prima siciliani. Prima piemontesi delle campagne. Sono sempre persone, è sempre chi arriva per ultimo.
C’è possibilità di scelta? Probabilmente sì: tuttavia la libertà ha l’amaro color talvolta delle catene.
Tidiane, quand’è l’ultima volta che hai fatto l’amore? Bevevi vino? L’avevi mai assaggiato il barbera, magari in deroga – gomitatina – dalla tua religione? Andavi in moschea? La provavi, la roba che vendevi? Qual è stato il più bel giorno della tua vita? Ti piacevano le auto? E quando hai avuto più paura? Forse la notte in cui hai ingoiato la droga – basta, al gabbio non ci torno, basta! – sì, quella volta lì?
A Torino, da quasi due settimane, un corpo sta in obitorio, nessuno lo reclama, forse verranno trovati i soldi perché la famiglia possa piangerlo, forse no. Una storia è rinchiusa in quella cella frigo, we are all in the same boat, quella storia ci riguarda, anche se ci fa fatica pensarlo