L’INFERNO NEI CAMPI PROFUGHI CURDI. L’OCCIDENTE RESTA IN SILENZIO

DI ROSSELLA ASSANTI

Dopo l’occupazione turca ad Afrin, così vive la gente nei campi profughi. Casi di tubercolosi tra i bambini.

Nei campi profughi di Berxwedan, Sedem e Sahaba – nel Kurdistan Siriano – vivono i curdi sfrattati dalle loro case di Afrin dopo l’occupazione turca nel Marzo 2018. Un’occupazione tirannica, violenta che ha provocato la morte di centinaia di persone. Il popolo curdo ad Afrin sta conoscendo la violenza sotto ogni forma e in ogni ambito. Rapiti, torturati, uccisi. Senza distinzione alcuna tra uomini, donne o bambini. L’armata turca e le alleate milizie jihadiste stanno compiendo un massacro a cielo aperto. Tante le persone costrette ad abbandonare le loro case, delle quali poi ne vengono fatte aree militari. Altrettanti i rapimenti con richieste di riscatto ai familiari, somme enormi, insostenibili per una popolazione sull’orlo del precipizio. I proprietari terrieri rimasti, vengono minacciati, costretti a cedere le loro proprietà e i frutti dei loro alberi.
“Hanno legato mio marito e mio figlio ad un albero – mi racconta S. una donna che vive nei pressi di Afrin – li hanno legati, minacciati e costretti a dare loro i frutti dei nostri alberi di mele. Possediamo solo quelli. Ringrazio Dio che non li hanno uccisi, ma non lo hanno fatto solo perché hanno dato all’esercito turco i nostri alberi.”
A Berxwedan, Sahaba e Sedem sono stati allestiti dei campi profughi e lì la gente sta cercando di ricostruire in qualche modo la quotidianità. Anche se non è facile, anche se è sopravvivenza, anche se gli aiuti sono centellinati e le ONG inesistenti.
“Riceviamo pochi aiuti, la Croce Rossa del Kurdistan manda qualche aiuto sanitario. Purtroppo non sono sufficienti per tutti i casi di bambini che pian piano stanno contraendo malattie. La vita ad Afrin era diversa, era la nostra vita, eravamo nelle nostre case, avevamo negozi, farmacie, tutto ciò che poteva farci vivere come persone normali.” Così mi racconta H., professore che prima insegnava ad Afrin.
“Le bombe – continua – hanno distrutto la nostra casa. C’è stato prima un attacco che ha fatto cadere a pezzi il tetto, poi hanno saccheggiato tutto, hanno portato via persino i giocattoli dei bambini. Ora siamo qui, in questo deserto di tende e proviamo a ricostruire qualcosa per rendere vivibile quest’inferno.”
M. è un uomo che vive in una tenda a parte, isolata dal resto.
“Ho cinque bambini – racconta – e purtroppo hanno contratto la tubercolosi. Siamo stati sfrattati più volte nei pressi di Afrin. Ora siamo qui, ma costretti a stare in isolamento. Non ho i soldi per provvedere alle cure di tutti e 5, non ho nemmeno il cibo a sufficienza per far sì che loro siano più forti. Hanno le difese immunitarie basse, hanno bisogno di energie, di nutrimento, di continue cure. Non so più come fare.”
Dov’è l’ONU in tutto questo? Dove sono i leader Occidentali in questi giorni dove i curdi rimasti ad Afrin sono stati costretti dalle milizie del FSA a fuggire. Il piano della Turchia è chiaro, le carte sono tutte in tavola, l’obiettivo è annettersi quelle terre ed è per questo che ad Afrin ormai tutto ciò che era dei curdi è stato smantellato. I colori della bandiera turca e delle milizie jihadiste hanno preso il sopravvento.
L’esercito turco sta attuando ogni mezzo possibile per cancellare l’esistenza del popolo curdo, eppure nei campi e oltre si cerca di resistere.
“Ho perso mio marito e mia zia mentre fuggivamo da Afrin, – mi racconta A. una donna che vive nel campo profughi di Sahab – ho 4 figli, non ho un lavoro, ho perso tutto. Quando l’esercito turco ha occupato la nostra città, Ho preso i bimbi, alcuni vestiti e abbiamo iniziato ad andare via. Mio marito ci aveva detto di andare avanti, mia zia era anziana e lui la stava aiutando. Erano rimasti poco indietro, le milizie li hanno fucilati. Siamo riusciti a scappare per miracolo, ma siamo vivi in un inferno.”
Tra poco arriverà l’inverno e aumentano le paure nella gente che vive nei campi profughi.
“Lavo mio figlio di un anno in una piccola bacinella di plastica, con l’acqua che prendiamo dai tank. Come faremo a sopportare il freddo? Io non lo so. La sera non abbiamo mai elettricità. Va a fasce orarie. Io non so più che sarà di noi.”
E nessuno ha risposte su questo. Solo paure, solo ciò che anche i bambini chiamano “inferno”.