UOMO E ROBOT, UNA FACCIA, UNA RAZZA (I PARTE)

ALBERTO FORCHIELLI

Lo sapete, ho un debole per il MIT, il Massachusetts Institute of Technology, non solo perché è una delle più importanti università di ricerca del pianeta e la ricerca è il sale della vita, o perché è a un tiro di schioppo dalla mia casa americana di Boston, ma anche perché con il Mandarin Capital Partners siamo supporter del Deshpande Center del MIT, che rappresenta un punto di riferimento mondiale come incubatore di start-up innovative nell’industria biotech. Ecco perciò che ogni notizia potenzialmente importante che esce dal MIT mi fa battere il cuore, come questa sull’apprendimento automatico.
La premessa. Va detto che da tempo e da più parti il miglioramento sempre più raffinato dei movimenti fisici dei robot umanoidi è una delle chiavi evolutive del settore e non stupisce gli addetti ai lavori vedere in appositi magazzini decine e decine di braccia meccaniche spostare continuamente oggetti di varie forme e dimensioni, in quella che può essere l’imitazione di un bambino che sta imparando a usare le mani.
E proprio dal MIT arriva il DON (Dense object nets), un nuovo sistema di apprendimento automatico che consente ai robot di identificare gli oggetti e capire come meglio manipolarli senza il processo della ripetizione, ossia senza imparare dai propri errori, ma, come l’uomo, interagendo al meglio con gli oggetti anche se non li ha mai visti prima.
Badate bene, non è una questione che riguarda solo la ricerca fine a se stessa. Perché anche in questo caso in ballo ci sono miliardi di dollari/euro o dobloni per business colossali. Tant’è che la Amazon Robotics Challenge ricerca spasmodicamente partner in grado di gestire dal punto di vista robotico i suoi enormi magazzini e in questo senso i valori in ballo sono quantificabili con i 775 milioni di dollari spesi da Amazon per l’acquisizione di Kiva Systems.
Il panorama è variegato – come evidenzia Singularity – con la RoboCup@Home, simile al campionato di calcio per robot, che in realtà addestra queste macchine dalle sembianze più o meno umane a diventare perfetti maggiordomi, attraverso sfide su attività domestiche che richiedono interazione sociale (per esempio fare da guida in un museo) e manipolazione di oggetti (portando la spesa, sistemando la dispensa, eccetera).
E se gare simili vi fanno sorridere, dovete sapere che in realtà agli addetti ai lavori fanno venire le lacrime di rabbia – o, meglio, di frustrazione – perché nonostante tutti gli sforzi per rendere i movimenti dei robot sempre più simili a quelli straordinariamente flessibili dell’uomo, i risultati sono ancora lontani dalla perfezione e, spesso, dinnanzi a elementi di novità o a fatti inaspettati, come d’altronde capita sovente nella vita di tutti i giorni, i robot vanno in tilt. Perciò se in una catena di montaggio la semplificazione e la programmazione consentono un ampio utilizzo soddisfacente dei robot, nella vita reale siamo ancora lontani.

Uomo e robot, una faccia, una razza? (I parte)