PREMIO NOBEL PER LA PACE A DENIS MUKWEGE E NADIA MURAT

DI MARINA POMANTE

Il ginecolo congolese Denis Mukwege e la testimone yazida, Nadia Murad sono i vincitori del premio Nobel della Pace 2018. L’annuncio è partito da Oslo alle 11 circa ora italiana. Il premio prevede 9 milioni di corone svedesi (circa 1 milione di dollari).
Mukwege, il medico congolese, cura, nella Repubblica Democratica del Congo le donne vittime di violenza sessuale, mentre l’irachena Murad è un’attivista per i diritti umani ed è un’ex schiava sessuale del Daesh, che ha ucciso nel suo villaggio migliaia di persone. La motivazione dei premi è stata: “per i loro sforzi, per mettere fine all’uso della violenza sessuale come arma in guerra e nei conflitti armati”.

Donne simbolo di una guerra che le vede vendute come schiave sessuali.
Queste donne sono il simbolo di un luogo annientato oltre che dall’occupazione di città e villaggi, anche dall’imposizione del fondamentalismo jihadista e dalla spersonificazione delle stesse, le quali sono considerate solo dei corpi da violentare e umiliare.

Gli uomini di Baghdadi nell’agosto 2014 rapirono durante un attacco a tenaglia da Mosul, Tal Afar e Deir ez-Zor, 5800 donne e bambini, allo scopo di rivenderli.
Le donne separate per età e destinate per l’80% alla vendita come schiave sessuali e le restanti, spartite come premio tra i combattenti.
I bambini invece trasformati in tagliagole e Kamikaze.

La motivazione abietta è la dottrina dello stupro dei più “infedeli tra gli infedeli”, appunto gli yazidi, accusati di idolatrare il diavolo.
Secondo il Governo regionale del Kurdistan, a settembre del 2016, le prigioniere erano 3.770, cifra che nel mese successivo scese a 3.600, di cui 1.914 donne adulte e 1.856 tra uomini e bambini. Gli uomini costretti a lavori forzati.

Questo mercato si esplicita per mezzo di aste reali ed online, addirittura esistono siti specializzati, e l’ultima trovata sono le chat su Telegram e Whatsapp. I prezzi vanno da 100 a 40mila dollari. Nemmeno le bambine sono state risparmiate da violenze e torture, stupri di gruppo, privazione del cibo e della libertà e addirittura la vendita delle più giovani attraverso le foto dove queste ragazzine sono truccate e rivestite di fronzoli per aumentarne il prezzo o vendute a cifre maggiorate direttamente alle loro famiglie.

Grazie all’azione di reti di attivisti e l’aiuto di famiglie estranee e attraverso il pagamento del riscatto, più di 2000 donne sono state liberate e hanno potuto lasciare le prigioni di case, appartamenti e baracche di ogni angolo del califfato.
Il ritorno nei loro villaggi, la “salvezza” anelata non evita a queste donne una condizione di povertà, problemi fisici, gravi disturbi psicologici e in molti casi c’è addirittura la volontà del suicidio.

Nadia è la loro voce, e lo sprone per l’occidente a non continuare ad ignorare questa tragedia umanitaria.

Fondatrice di Nadia’s Initiative, un’organizzazione dedicata ad aiutare donne e bambini vittime di genocidio, atrocità di massa e traffico di esseri umani a guarire e ricostruire le loro vite e la comunità.

Il 16 dicembre 2015 Nadia Murad ha informato il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla questione della tratta di esseri umani e dei conflitti. E’ stata la prima volta che il Consiglio è stato informato della tratta di esseri umani. Col ruolo di ambasciatrice, Murad parteciperà a iniziative di advocacy a livello locale e globale per portare consapevolezza della tratta di esseri umani e dei rifugiati. Murad raggiunge le comunità di rifugiati e sopravvissuti ascoltando le testimonianze delle vittime della tratta e del genocidio.

Il 3 maggio 2017 Nadia Murad ha incontrato papa Francesco e l’arcivescovo Gallagher nella Città del Vaticano. In quell’incontro ha chiesto aiuto per gli yazidi che sono ancora in prigionia all’ISIS, ha riconosciuto il sostegno del Vaticano per le minoranze, ha discusso le possibilità di una regione autonoma per le minoranze in Iraq ed ha evidenziato la situazione attuale, le sfide che affrontano le minoranze religiose in Iraq e in Siria, in particolare le vittime e sfollati interni e ha parlato con il Santo Padre della questione degli immigrati.

Denis Mukwege il medico che in Congo aiuta le donne stuprate.
Mukwege ha fondato nel 1998 il Panzi Hospital a Bukavu sua città natale, capoluogo della provincia del Kivu del Sud, nell’est della Repubblica Democratica del Congo. Una terra massacrata dalle due guerre del Congo e dal conflitto del Kivu. Grazie al suo lavoro nell’ospedale, ha curato migliaia di donne vittime di violenza sessuale, Mukwege è riconosciuto oggi in tutto il mondo come uno dei più grandi esperti nell’intervenire sugli organi interni danneggiati dalle violenze.

L’Ospedale Panzi è specializzato nel trattare le donne, molte volte ancora bambine, vittime di stupri di gruppo perpetrati da soldati e miliziani anche bambini, costretti dai signori della guerra a rompere il legame familiare violentando la madre o le sorelle. In base ad un rapporto pubblicato dall’American Journal of Public Health, nel Kivu e in Ituri, provincia a nord del Kivu, durante i conflitti del Congo, quattro donne ogni cinque minuti venivano violentate, un’escalation disumana che ha provocato un’ulteriore scia di patologie, dall’Aids all’impossibilità di procreare, oltre alla gogna sociale delle vittime.

Terzo di nove figli, studia medicina in Burundi e dopo un breve periodo nell’ospedale locale si trasferisce in Francia per specializzarsi in ginecologia presso l’Università di Angers.
Nel settembre del 2012, in un discorso alle Nazioni Unite, denuncia l’impunità per gli stupri di massa compiuti nel suo Paese e critica aspramente il governo congolese così come quelli di altri Paesi per non fare abbastanza contro questa piaga. Il 25 ottobre sempre del 2012, quattro uomini armati penetrarono in casa sua cercando di assassinarlo, ma Mukwege riesce miracolosamente a fuggire andando in esilio in Europa, ma durante la sua assenza l’ospedale Panzi non riuscirà ad andare avanti. Riesce a tornare a Bukavu nel gennaio del 2013, la sua stessa gente si fa trovare schierata lungo tutte le 20 miglia dall’aeroporto alla città per dargli il bentornato a casa.
Nel 2014 viene insignito dal Parlamento europeo del Premio Sakharov per la libertà di pensiero.

Oggi entrambi oppositori di una pratica a dir poco disumana, sono riconosciuti meritevoli del Premio Nobel per la Pace che per ragioni diverse ma assonanti li vede combattere dalla stessa parte.