A TU PER TU. GIORGIO BENVENUTO

DI PAOLO VARESE

Nominare Giorgio Benvenuto significa parlare di oltre mezzo secolo di sindacato e politica italiana. Entrato nella UIL nel 1955, ha in seguito fondato la Federazione Lavoratori Metalmeccanici. Gli incarichi politici ricoperti, sia come successore di Bettino Craxi alla guida del PSI sia come partecipante all’atto costitutivo del PD, consentono di annoverarlo tra i protagonisti del cambiamento sociale e politico italiano. Attualmente è Presidente della Fondazione Bruno Buozzi e della Fondazioni Pietro Nenni, un ente ed un istituto che si occupano di ricerche e studi sociali e politici. Il suo ufficio, presso la Fondazione Bruno Buozzi, tappezzato di manifesti, quadri, fotografie, è un omaggio alla memoria dei lavoratori, delle battaglie intraprese nel tempo, ai combattenti per la dignità dei lavoratori, in primis Bruno Buozzi, ucciso dai fascisti a La Storta, nei dintorni di Roma, nel 1944. Intervistarlo vuol dire mettere in moto una macchina della memoria, per conoscere la sua opinione in merito al cambiamento avvenuto negli ultimi anni, e da li si è iniziato:

Onorevole Benvenuto, si parla molto ultimamente della crisi del sindacato, di un calo degli iscritti, quale è la sua opinione in merito?

Innanzitutto non parlerei di crisi perchè un termine inadeguato al sindacato italiano, che è invece forte, sia in termini di iscritti che di considerazione politica. Consideri che in Italia c’è uno dei più alti tassi di sindacalizzazione, e che nel nostro paese, ad esempio, sono rappresentati sindacalmente anche i pensionati, una realtà che all’estero è quasi non considerata. Direi piuttosto che è cambiato il modo di fare sindacato, non si è più forza propositiva e propulsiva ma si opera in difesa di quanto si era conquistato. La mancanza di una proposta anche politica ovviamente si riflette anche sul rapporto con la gente, che percepisce una forza conservatrice anziché valorizzatrice. Quindi ecco, più che di crisi parlerei di sindacati impacciati, timorosi del futuro, che utilizzano la politica del meno peggio, anche nel linguaggio, e questo stato di cose si riverbera nel rapporto con la gente.

Come si è modificato, secondo lei, il rapporto di interscambio tra sindacati e politica, considerando che in passato il dialogo tra le due parti aveva portato a nuove forme di contrattazione collettiva?

Partirei da un assunto fondamentale, e cioè che la politica deve vivere senza rimpianti per il passato, anche se si nota la mancanza di alcune ideologie forti, importanti, come ad esempio era l’attenzione alla persona. Questa perdita di direzione verso l’umanità, in favore invece dell’economia e della finanza, ha condotto i partiti a parlare della gente anziché con la gente, venendo a mancare quindi una progettualità sociale, da condividere anche con i sindacati. Dal canto suo il sindacato è forte, fornisce servizi, assistenza. Però si difende, non è più capace di lavorare per il futuro. E mancano gli iscritti giovani, perchè si vedono relegati in una posizione modesta. Il sindacato non è in grado così come è, non per i numeri o per le risorse, di manifestare e portare avanti le sue idee. Oggi si discute di pensione, di fisco, ma gli incontri si svolgono tra i politici ed i referenti economici, mancano i sindacati in questi incontri, e questo è un danno, perchè i sindacati rappresentano una necessaria mediazione, fungendo da ammortizzatori sociali. Ed in altre situazioni del passato il sindacato ha trasformato la protesta in proposta, mentre oggi si limita a prendere atto di quanto si è discusso in sua assenza.

Quindi secondo lei quando si parla di crisi non bisogna riferirsi ai sindacati ma ai partiti politici?

I partiti sono divenuti quasi una casta sacerdotale in questo senso. La mancanza di dialogo con le persone, di incontri pubblici in cui sia possibile un confronto, ha portato alla mancanza dei requisiti di democrazia, di umiltà, quindi i politici, i rappresentanti dei partiti stessi, ignorano cosa la gente pensi veramente. Le riunioni di partito a porte chiuse, in cui non è prevista la partecipazione popolare, comportano un allontanamento dal reale sentire della popolazione. Non esiste più il lavoro del collettivo, non esiste più uno scambio, si rinuncia al confronto, in virtù di una forma di presidenzialismo. Quindi si, la crisi riguarda i partiti politici, perchè hanno smesso di parlare con la gente. Ecco perchè si manifestano nuove realtà politiche dove non esiste l’ideologia alla base ma si ottiene consenso andando a raccogliere informazioni per strada, tra le persone, dicendo loro ciò che vogliono sentirsi dire. Il cambiamento in questo senso è denotato anche dalla terminologia usata. Spesso i leader politici dicono “io credo” invece di “ io penso”. Ma le persone vengono votate per ciò che pensano, per le loro idee, non per ciò in cui credono. Chi riuscisse a coinvolgere le persone avrebbe un grande spazio, un bacino enorme di risorse a cui attingere per comprendere la realtà in cui si vive. Il problema di fondo in una democrazia è il coinvolgimento delle persone. Turati diceva che per vincere si deve convincere ed avvincere, ed è esemplificativo di ciò che manca oggi.

Tralasciando il discorso dei partiti, parliamo delle fondazioni, argomento che la riguarda direttamente. Si tratta di istituzioni che lavorano in sinergia con lo Stato oppure in sostituzione dello Stato, adempiendo ad una fondazione educativa e culturale altrimenti quasi inesistente?

Quello delle fondazioni è un settore che si è molto sviluppato, ed hanno una grande importanza, e sulle fondazioni di carattere culturale e storico bisogna fare una grande riflessione, perchè esistono, ma vivono di molti rimpianti ed ognuna pone attenzione al proprio orticello. Consideri, tanto per farle un esempio, che in Italia non esiste più il partito socialista ma ci sono 85 fondazioni che si richiamano al socialismo. Bisognerebbe invece tendere ad unire le conoscenze per diffonderle. Le fondazioni devono lavorare molto con la scuola, con i beni culturali, con le regioni, perchè è importante far conoscere la storia, ma non quella storia fatta solo di battaglie e di contrasti, bensì anche la storia di come si viveva un tempo. In passato c’era un valore di solidarietà, non solo di lotta ma anche di interazione con lo Stato.

Una sua visione del cambiamento sociale avvenuto in Italia dagli anni 70 del secolo scorso ed una riflessione sul ruolo avuto dal sindacato in questo cambiamento.

In quegli anni c’è stato un cambiamento enorme, ed il sindacato ha svolto un ruolo decisivo in questo, anche nella lotta al terrorismo. All’inizio si commise l’errore di pensare che il terrorismo fosse solo di destra, e fu doloroso apprendere che anche a sinistra c’erano i terroristi. Facemmo molte assemblee, ed in quella occasione anche la CGIL tenne un atteggiamento molto serio. Ricordo che Luciano Lama, durante una assemblea, in cui ribadivamo come sempre che non si poteva accettare il terrorismo, si dibatteva circa il ferimento di un capo operaio, figura da sempre odiata dagli operai stessi in quanto visto come estensione del potere del padrone. In quella occasione appunto Lama, parlando rivolto agli operai, disse “i capi sono come gli operai e vanno difesi”. Le persone presenti ovviamente manifestarono il loro dissenso ma lui riprese la parola, e battendo i pugni sul tavolo ripetè la stessa cosa. Ancora proteste ancora malumore ma Lama ripetè per la terza volta lo stesso concetto, ed in quel momento la gente applaudì, perchè comprese che la nostra difesa era estesa a tutti, che non esistevano mezze misure in riferimento al terrorismo ed alla violenza. Ed anche nell’utilizzo delle nuove tecnologie il sindacato ha dato il suo aiuto, nel far comprendere a chi era ancorato ai vecchi sistemi che la difesa del posto di lavoro passava anche dall’abbracciare il futuro. Ecco come il cambiamento sociale si è manifestato, si è passati dal combattere per le proprie idee al dare opinioni, rinunciando ad un ruolo attivo.

Chiudiamo l’intervista concedendoci una ultima passeggiata tra i ricordi, osservando una replica de “il quarto stato”, di Pellizza da Volpedo, appeso al muro dello studio, consapevoli che ci sarebbe molto altro da dire, sia ripescando nelle memorie del vissuto, sia analizzando ciò che attualmente stiamo vivendo sia a livello di nazione che in ambito internazionale.