LA SCUOLA E’ UN BANCOMAT: IL GOVERNO TAGLIA 100 MILIONI

DI CHIARA FARIGU

Ci siamo. Il team “Mani di forbice”, come lo ha recentemente ribattezzato il vicepremier Di Maio, sta per abbattersi nuovamente sulla scuola. Forbici pesanti come una mannaia visto che si apprestano a tagliare ben 100 milioni che “potranno contribuire a finanziare le altre importanti misure annunciate dal Governo”. Quel Def, fresco di bocciatura da parte dell’Ue per le forti preoccupazioni che suscita, necessita di risorse vere, tangibili e non ipotizzate o virtuali, pertanto occorre fare man bassa da ogni dove senza andare troppo per il sottile. E la scuola, uno dei bancomat preferiti dai governi degli ultimi 30 anni, è nuovamente nella lista dei preferiti di mister spending review che, euro più euro meno, dovrebbe fruttare allo Stato un introito di 100 milioni.

Sessantacinque milioni dovrebbero arrivare dal ridimensionamento della contestata Alternanza Scuola-Lavoro, introdotta dalla famigerata L.107 o #Buonascuola e più che dimezzata dal governo gialloverde a partire dal prossimo anno scolastico. “Questo non è un taglio al settore scolastico, semmai un risparmio, conseguenza di un cambiamento annunciato da tempo”, giustifica il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti. Peccato che poi aggiunga: “Potrà essere reinvestito nel settore scolastico o contribuire a finanziare le altre misure del Governo”, ben sapendo che sarà quest’ultima ipotesi a prevalere, ossia, quelle risorse andranno a impinguare le cosiddette “altre misure”, leggasi reddito di cittadinanza o superamento delle legge Fornero, i punti più invisi all’Ue, e non certo reinvestiti nella scuola come sarebbe cosa buona e giusta fare.

Ma a quanto pare neanche per il governo pentaleghista la scuola rappresenta una priorità. Eppure è dal mondo della scuola, nauseato dal trattamento a esso riservato dai governi precedenti e dall’ultimo in particolare, che, soprattutto i pentastellati, hanno ricevuto il massimo consenso il 4 marzo scorso. Le promesse ricevute in campagna elettorale erano allettanti, musica soave per le orecchie degli insegnanti avvezze a sentire solo derisioni, sbeffeggiamenti, insulti di ogni genere e totale disinteresse a qualsiasi richiesta. Poi quella riforma imposta con un atto d’imperio approvata a colpi di fiducia che riportava la scuola indietro di diversi decenni. Una riforma da smantellare “appena saremo al governo”, promettevano, con la restituzione della dignità sociale ai docenti di ogni ordine e grado a partire da uno stipendio in linea coi parametri europei. Promesse che si sono volatilizzate subito fin dalla nomina del ministro, pescato in area Lega.

Pochi, pochissimi gli aggiustamenti alla famigerata #buonascuola, l’eliminazione della “chiamata diretta”, la nuova maturità, peraltro tutti a costo zero. Ora lo spettro delle forbici. Pesanti. Per sostenere le ‘altre misure’. E’ questo a far male, quel togliere alla scuola, deprivata già di tutto per destinare ad altro. Di certo più importante, più utile e forse elettoralmente più conveniente.

Altri trentacinque milioni dovrebbero poi arrivare, secondo le fonti del Miur, da “fondi non spesi” e comunque destinati ad attività scolastiche. Nulla si sa in merito all’allargamento della NO Tax Area per gli universitari non abbienti né dei fondi di finanziamento per atenei ed enti di ricerca o delle risorse aggiuntive per assumere ricercatori precari. In quanto al salario accessorio per i ricercatori, come dichiara il sottosegretario Fioramonti, è una norma cassata, espunta dal decreto dignità, che dovrà essere riproposta, in data da destinarsi.

E, dulcis in fundo, come denunciano le OO.SS. non ci sono soldi per il nuovo contratto della scuola. Il vecchio, in scadenza a dicembre, che ha portato pochi euro di aumento, elemosina sarebbe il termine più esatto, non potrà essere rinnovato perché servirebbero 4 miliardi.

Delusione rabbia, rabbia e delusione. Perché nulla cambia se non in peggio. Perché la cultura continua ad essere vista come una zavorra, un peso inutile da alleggerire, tagliare. Con la cultura non si mangia, diceva un ministro qualche anno addietro, pertanto meglio dirottare altrove quelle risorse. Nulla di nuovo. Tutto in perfetta continuità coi governi precedenti, di chi predica bene e razzola male. Un altro schiaffo. Al quale la scuola risponde con due manifestazioni nazionali contro la manovra: mercoledì 10 scendono in piazza i precari degli enti di ricerca, venerdì 12 gli studenti.
Ma tranquilli, il governo ha già deciso. E tira dritto