DI MAIO E NOI

DI ALESSANDRO GILIOLI

Fatico sempre un po’ a parlare di casa mia – L’Espresso – per tanti ovvi motivi: ne sono uno dei vicedirettori, è il mio lavoro (e difficilmente lo lascerei per un altro), è lo stipendio con cui campo la famiglia. Insomma non c’è conflitto di interesse più evidente.

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“Sai, i più aggressivi sono quelli dei Ds”, mi disse una dozzina di anni fa il mio direttore di allora, Daniela Hamaui. Si riferiva alle telefonate del venerdì, il giorno in cui allora usciva L’Espresso. Il venerdì mattina i politici vedevano il giornale e telefonavano per protestare, chi in modo mellifluo chi più aggressivo, fino alla modalità “faccio causa”.

I berlusconiani davano per scontato che eravamo avversari, quindi telefonavano meno: preferivano gli attacchi sul loro Giornale, a volte anche personali, e anch’io ebbi l’onore di riceverne uno, una volta. Invece quelli di centrosinistra si aspettavano correità – e no, non la trovavano.

Perché L’Espresso – dopo 32 anni di lavoro e una dozzina di testate girate credo di poterlo dire – è un posto un po’ particolare e te ne accorgi subito, appena ci entri.

È un posto dove l’orgoglio di testata – la sua storia, le sue inchieste, le sue battaglie, le sue firme – prevalgono su tutto. Non ti verrebbe mai in mente di piegarlo alle tue simpatie o antipatie politiche. Semmai è lui, L’Espresso, che piega te: alla sua laicità cognitiva, all’abbandono di ogni tifo preconcetto e settario, alla percezione della complessità delle cose, alla ricerca del ragionamento, alla diffidenza verso ogni slogan, all’esigenza che tu sia degno di far parte della sua storia, della sua indipendenza, del suo rifiuto di ogni bias, di ogni parrocchia, di ogni partito.

In una cornice di sinistra, ovvio, ma una cornice valoriale, culturale, intellettuale: non certo partitica. Una cornice in cui non mancano certo le differenze – basta leggere il giornale o i nostri blog per capirlo – ma in cui le differenze sono ricchezza, contaminazione, palestra di idee.

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Per tutto questo, in generale, stiamo sulle palle a quasi tutti i politici. Perché, con pochissime eccezioni, i politici non amano le critiche (ovvio) ma neppure la complessità, il ragionamento, le contraddizioni, le sfumature, le deviazioni, le differenze. I politici ragionano solo in termini di utilità o nocività per se stessi, per le proprie tattiche o strategie. Ti applaudono se gli sei utile, ti schifano (o minacciano, o querelano) se gli sei nocivo.

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Ho seguito il blog di Beppe Grillo fin dai suoi esordi, per interesse e curiosità. Prima ancora dei Vaffa days, convinsi la mia direttrice di allora a occuparsene, perché si capiva che stava nascendo qualcosa di nuovo e importante.

Lo leggevo ogni giorno, il blog, e notavo anche quanto spesso Grillo ci citasse: le nostre inchieste su destra e sinistra, le nostre battaglie per la legalità o la libertà della Rete, gli altarini scoperti e le piccole o grandi ruberie svelate dell’establishment di allora, Pd e berlusconiani. Forse gli eravamo utili.

E ancora ci ritenevano potenzialmente utili, i grillini, almeno fino al gennaio scorso, quando Casalino ci mandava sms per chiedere un’intervista a “Di Maio, Carelli o De Falco”, in campagna elettorale. Non se ne fece nulla ma non per nostro disinteresse: è che Casalino voleva domande e risposte solo per iscritto, e così non si fa, così si castra la “second question” e non è più un’intervista, è propaganda.

Adesso che è potente invece Di Maio non chiede più interviste: si limita a esultare per i nostri guai economici, aggiungendo accuse di fake news, per quanto non circostanziate.

I guai economici ci sono, come noto. Riguardano tutti i giornali non d’Italia ma del mondo, di sinistra e di destra: il che non è una consolazione, è un triste dato.

A me piange il cuore a vedere Panorama svenduto alla Verità, a Di Maio invece piace maramaldeggiare da vicepremier in auto blu sui problemi dell’Espresso e dei suoi giornalisti. Ognuno ha il suo stile.

Comunque sappia almeno, Di Maio, che non è il primo a cui stiamo sulle scatole, né è il primo a esultare per i nostri problemi: è l’ultimo di una lunghissima serie che parte con i democristiani e passa per Craxi, Berlusconi, Bossi, D’Alema, Formigoni, Mastella, Rutelli, Salvini, più moltissimi altri. E credo che alcune copertine tipo Giglio Nero o Sciogliamo il Pd abbiano trovato pochissimo entusiasmo anche al Nazareno recente. E chi mi segue sa quanto io sia stato carino col Pd negli ultimi cinque o sei anni, vero?

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Insomma, ministro Di Maio, davvero lei non è il primo né il solo ad averci voluto male, a Palazzo. Di questo stia assolutamente certo.

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Personalmente sono alieno, ormai, da retoriche militanti, e “non ci faremo intimidire”, e “la libertà di stampa” e bla bla bla. Penso e spero soltanto che L’Espresso ci sarà – con le sue battaglie, la sua visione del mondo, la sua indipendenza intellettuale (e i suoi errori, certo) – anche quando Di Maio sarà solo un ricordo, politicamente parlando. E io me ne starò in pensione, al mare, con la coscienza serena di chi non ha mai scritto fake news e con la felicità per aver lavorato con un gruppo di persone per bene.

Di aver fatto del mio meglio – e onestamente – per tanti anni.