ELEZIONI IN BRASILE: LE RAGIONI DEL SUCCESSO DELL’ESTREMA DESTRA

DI FRANCESCA CAPELLI

Per ora Jair Bolsonaro (a sinistra nella foto), candidato dell’estrema destra ed ex militare, non sarà il presidente del Brasile. Non ha infatti raggiunto la maggioranza necessaria a passare al primo turno e dovrà presentarsi al ballottaggio il 29 ottobre contro rivale Fernando Haddad (a destra). La distanza tra i due sembra incolmabile: 46 per cento Bolsonaro, poco più del 29 per cento Haddad. Nettamente distanziato Ciro Gomes, del Partito democratico laburista, al 12,47 per cento. Un risultato, come previsto, polarizzato. Da una parte l’esponente del suprematismo bianco, che ha in odio le femministe (e le donne in generale), gli afrobrasiliani, il mondo GLBTG e tutto ciò che vagamente sa di sinistra. “La dittatura fu un errore” ha dichiarato, riferendosi al regime al governo del Brasile dal 1964 al 1985. “Non doveva torturare, doveva uccidere”.
Se è vero che Haddad – tirato fuori dal cappello tre settimane fa dopo l’ennesimo diniego alla candidatura di Lula (www.alganews.it/…/brasile-la-corsa-di-haddad-successore-di…/) – ha compiuto il miracolo per essere riuscito a guadagnarsi il ballottaggio, resta da chiedersi la ragione del successo di Bolsonaro, esponente di un suprematismo bianco e patriarcale che al momento sembra essere il modello vincente nel mondo. Bolsonaro si propone come eroe, come guerriero, come resistente. Come colui che è venuto a far crollare il sistema. Pazienza se nella realtà, come Donald Trump, è uomo dell’establishment. È la promessa che conta. E la promessa di Bolsonaro è quella di fare implodere il sistema.
Troppo persino per il presidente argentino Mauricio Macri, che non ha fatto mistero dei buoni rapporti con Fernando Haddad, dai tempi in cui erano uno il governatore della Ciudad Autonoma de Buenos Aires, l’altro il sindaco di San Paolo. Relazioni amichevoli confermate dallo stesso Haddad che pure rappresenta, a livello di partito, il fronte opposto al macrismo. “Ma la politica di governo è una cosa, la politica di Stato un’altra” ha sottolineato.
Con Lula in carcere – simbolo del riscatto delle classi popolari travolto a sua volta da uno scandalo (vero, presunto o montato ad arte in questo momento è irrilevante) – Bolsonaro ha promesso misure radicali per “sistemare” il paese. E i suoi concittadini, in questo momento, hanno bisogno di un eroe. Con un numero di vittime di omicidi pari a 62.517, concedere alla polizia margini ancora più discrezionali e liberalizzare la vendita di armi non sembra un problema. E nemmeno “un intervento militare per depurare il sistema dalla corruzione”, come sogna un compagno di partito del candidato, come lui ex militare.
È la corruzione, tema peraltro cavalcato dai media di destra, l’ago della bilancia della politica sudamericana. Dopo la decade dei governi progressisti, l’offensiva della destra è ripartita dai problemi ancora insoluti di povertà e violenza e da una gestione delle risorse pubbliche quanto meno spregiudicata, sebbene finalizzata allo sviluppo sociale e alla lotta alla povertà, al di là di responsabilità penali personali.
Non è un caso che per tutto il 2018 l’agenda della campagna elettorale brasiliana sia stata scandita dalle vicende dello scandalo “Lava Jato”. Mentre per le elezioni in argentina, nel 2019, si sta preparando già il terreno con la “causa dei quaderni” (www.alganews.it/…/argentina-perquisizioni-a-casa-di-cristi…/).
Non è un caso che Fernando Haddad abbia trionfato nel Nord-Est (per esempio negli stati di Bahia e Parà), dove è maggioritaria la componente afrobrasiliana nella popolazione. Un’eventuale rimonta per il ballottaggio partirà da qui, oltre che dalla riconquista di quel 29 per cento di non votanti che ha caratterizzato questa tornata.
Non dimentichiamo che, in questo scontro così polarizzato, Bolsonaro è anche il candidato più odiato, con il 45 per cento di rifiuto. Se Haddad riuscirà a compattare tutte le forze di opposizione, la partita non è ancora chiusa.