SALVINI SOCIAL CADE SUL CITTADINO ANTI MIMMO LUCANO IN ODORE DI CLAN

DI ALBERTO EVANGELISTI

L’arresto di Mimmo Lucano a Riace è stato proprio uno di quegli eventi da grande scarica di adrenalina per buona parte dei leader e degli elettori del centro-desta: l’emblema preso ad esempio come modello d’accoglienza, quello ammirato da Saviano, da Beppe Fiorello e un po’ da tutta quella “intellighenzia buonista e radical chic” subiva addirittura una misura cautelare: Chissà cosa avranno da dire adesso tutti quei finti ben pensanti, che poi il tanto declamato modello Riace non fosse tutto questo paradiso doveva essere ben chiaro fin da subito, bastava ascoltare la brava gente del posto, quella vera che di quel modello non ha mai fatto parte. Ancora meglio, facciamo girare la verità; sentite ad esempio cosa ha da dire questo simpatico signore sul sistema di accoglienza di Riace.

Peccato che, come tradizione vuole, il diavolo faccia le pentole ma non i coperchi e che il simpatico signore abbia qualche “piccolo” scheletro nell’armadio. Il Soggetto in particolare si chiama Pietro Zucco, già vicesindaco di Riace, fino a che Lucano non ha vinto le elezioni ed è diventato sindaco. Anche se non ci fosse altro, già questo particolare sarebbe sufficiente per trasferire quelle critiche dal piano del rapporto cittadino-amministrazione a quello fra due avversari politici, limitando notevolmente la portata delle critiche al modello.

Ma, ovviamente, non è tutto qui, cosa fin troppo banale per chi è avvezzo alle dinamiche della legge di Murphy (se qualcosa potrà andare male lo farà) e del suo primo corollario (se potrà andare male in molti modi, sceglierà il modo peggiore) così che,questa volta, a Matteo Salvini (ma anche ad Alemanno, uomo il cui intuito politico è secondo solo alle capacità da meteorologo come ben ricordano a Roma) è andata proprio male: il portavoce che si sono scelti infatti è salito in passato agli onori delle cronache per essere stato il rappresentante legale della “cava di Stilo”, attività imprenditoriale che la Dda ritiene riconducibile al clan Ruga-Metastasio. Zucco, che nell’ambito delle indagini è stato arrestato dalla Guardia di Finanza, veniva ritenuto dall’inchiesta il prestanome di un boss della ‘ndrangheta locale, Vincenzo Simonetti, arrestato nella medesima occasione.

In precedenza, Zucco, a quanto riportato dal Corriere della Calabria sarebbe anche stato gestore del ristorante “La Scogliera” di proprietà di Cosimo Leuzzi, considerato boss del posto, tanto che il ristorante sarebbe poi stato confiscato dalla DDA e affidato al Comune come bene confiscato alle mafie e lui è attualmente detenuto al 41 bis.

Una caduta non da poco per “la bestia” e per i social-media del Ministro dell’Interno: dopo aver tanto attaccato Saviano per le accuse lanciate al vicepremier, ossia di essere andato in terra di Calabria a fare comizi esclusivamente sulla questione migranti, senza aver mai portato attacchi alla malavita, la scelta come campione anti-business dell’accoglienza di un uomo in odore di ndrangheta, quantomeno per esser stato coinvolto in maniera attiva nelle indagini, non è il massimo della comuncazione.

Potrebbe già bastare così ma, come detto, a volte il carma ci si mette d’impegno. Così viene anche fuori che il buon Domenico Zucco, che fra l’altro nella intervista resa virale nei profili social di mezzo arco parlamentare aveva accusato Mimmo Lucano di dovergli ancora dei soldi per i periodi in cui avrebbe lavorato nelle cooperative che facevano riferimento al sindaco, non ha in realtà mai lavorato né per Lucano né per una delle cooperative richiamate. Avrebbe invece per un certo periodo prestato la propria opera per un’altra associazione, “Los Migrantes”, sempre a Riace, ben inserita nel business dell’accoglienza.

Questo inconveniente, certamente piccolo nella bacheca Facebook del cittadino Pinco Pallino, abbastanza macroscopico se rilanciato dal Ministro dell’Interno e da tutta una serie di politici di livello nazionale, dovrebbe servire un po’ a tutti noi come monito: a volte nell’agone politico, nella foga di sostenere una tesi a tutti i costi, si perde obiettività e si finisce per fare dei giganteschi autogoal. In questo caso un autogoal da cineteca.