QUANDO MI INNAMORAI DI ROMA

DI PAOLO DI MIZIO

 
I primi anni in cui abitavo a Roma, ero molto giovane all’epoca, non amavo questa città. Era una città necessaria ma non amica. La sentivo estranea, ingombrante e ingombrata, caotica e faticosa.
Poi un giorno andai all’estero per un lungo viaggio di lavoro, mi trattenni forse un mese o due. Durante il volo di ritorno, al tramonto, mentre l’aereo scendeva su Roma, dal finestrino vidi un panorama molto simile a questo nella foto, e sentii un piacevole calore al cuore. Come se da quei palazzi vecchi di due o tre secoli del centro storico e poi dalle terre piatte di Fiumicino, un po’ selvagge e punteggiate di luci, salisse una corrente amica, fraterna.
Nella mia mente si formò la parola “casa” (sì, proprio come in ET!). In quel preciso momento mi accorsi che mi ero innamorato di Roma, intensamente, profondamente. Le mie radici di nomade si erano piantate qui senza che io me ne accorgessi. Qui era l’epicentro della mia vita, della mia piccola storia sulla Terra.
Da allora non ho mai smesso di amare questa città, e sebbene ogni volta che ci torno io ne senta la penosa decadenza e l’ingombrante ingolfamento di tutto, al punto che non vedo l’ora di ripartirne, tuttavia mi manca.
Mi dico che per fortuna posso evitare il suo traffico, la lentezza, le lunghe file, tutte le poderose disfunzioni urbane che rendono i suoi abitanti stressati e impazienti.
Eppure, sento la nostalgia di certe sere tiepide, dei vicoli del centro nei quali passeggiavo, dei suoi negozi un po’ eleganti e un po’ decadenti, dei palazzi della borghesia ottocentesca, degli scorci illuminati da vecchie lampade, del via vai dei turisti, del Colosseo con tutti quegli stranieri ronzanti come api attorno all’alveare, di tutti quei visitatori con i capelli biondi o la pelle scura o gli occhi a mandorla che affollano le trattorie. Insomma sento la nostalgia di tutte le visioni, i sapori, gli odori della multiforme città, e allora devo riconoscere che Roma mi manca. Certi giorni, molto, davvero molto.

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