CILE: SEQUESTRATA L’EREDITÀ DI PINOCHET, ERANO FONDI DI PROVENIENZA ILLECITA

DI FRANCESCA CAPELLI

Sotto sequestro, per una decisione della magistratura, l’eredità di oltre 17 milioni di dollari di Augusto Pinochet, il dittatore cileno responsabile del colpo di stato contro Salvador Allende, nel 1973. Un patrimonio di quasi 18 milioni di dollari, considerato di provenienza illecita, attualmente nelle mani della vedova Lucía Hiriart (con lui nella foto), dei cinque figli, dodici nipoti e cinque bisnipoti.
La decisione della corte si inquadra all’interno del processo Riggs, iniziato nel 2004, per malversazione di fondi pubblici durante la dittatura e concluso ad agosto. Il nome della causa si deve alla Riggs Bank di Washington, dove Pinochet aveva conti segreti con fondi di provenienza illecita.
Il tribunale ha confermato che Pinochet ottenne benefici personali dal golpe e che commise reati contro l’amministrazione pubblica. Tanto che il 24 agosto scorso la Corte Suprema ha condannato tre ex ufficiali dell’esercito che avevano aiutato Pinochet nelle operazioni di malversazione. Lo stesso generale era stato messo sotto accusa per frode e malversazione di fondi pubblici, ma il processo a suo carico si era interrotto nel 2006, con la sua morte, a 91 anni.
La conclusione del caso Riggs rompe la narrazione diffusa, secondo cui la dittatura cilena – per quanto sanguinaria – avesse rimesso a posto i conti dello stato con interventi rigorosi. Anche lo sviluppo economico conosciuto dal Cile negli anni successivi al golpe si deve al fatto che Pinochet – fedele al mandato estrattivista di tutti i governi sudamericani di qualsiasi colore – si fosse guardato bene dal privatizzare le miniere di rame, nazionalizzate da Allende.
È indicativo che le condanne per i crimini dei militari siano legate a reati contro il patrimonio e non contro la persona. Un’amnistia approvata già nel 1978 aveva infatti “messo in sicurezza” l’apparato repressivo, oltretutto attribuendo a tribunali militari la giurisdizione per eventuali processi. Malgrado l’amnistia sia smontabile pezzo per pezzo, nessuno dei governi democratici ha avuto la forza per farlo. La giustizia si è soltanto ricavata alcuni spazi per crimini commessi dopo il 1978, come la sparizione di persone, perseguibili ancora oggi grazie al concetto di “delitto permanente”. Per il resto, la via cilena è quella di una “giustizia nella misura del possibile”: oblio giuridico per i colpevoli, riparazione economica per le vittime.
Il decreto di sequestro è arrivato in una data simbolica per il Cile: il 5 ottobre, trentesimo anniversario del plebiscito con cui il popolo nel 1988 si espresse  – in un clima di intimidazione – contro il conferimento di un ulteriore mandato di otto anni a Pinochet come presidente.
Da allora il Cile è un paese democratico, ma non è cambiato il modello economico. Un caso per tutti, quello della costosissima educazione universitaria, a causa di una legge che risale proprio alla dittatura, secondo la quale le università pubbliche dovevano reggersi esclusivamente sulle tasse pagate dagli studenti, senza ricevere trasferimenti dallo stato. Questo comporta costi insostenibili per le famiglie, costrette a scegliere il figlio al quale permettere di studiare o a indebitarsi per tutta la vita.
L’ex presidente Michelle Bachelet ha tentato di invertire la rotta, introducendo la gratuità per i meno abbienti, senza però riuscire a intaccare l’ideologia che regge il sistema universitario cileno: l’educazione come investimento per il successo personale e non come scommessa per una società più giusta e ricca nel suo complesso. Ancora, il sistema pensionistico è totalmente privato, al grido di “Ognuno è libero di versare quello che vuole”, che nella realtà si traduce in un “quello che può in base al suo reddito”.